IRAQ/ Così papa Francesco ci chiama a convertirci

- Federico Pichetto

“Non si fa la guerra in nome di Dio!” Partendo da questa frase di Francesco, FEDERICO PICHETTO nella sua lettera mette inguardia dal tranello della dimenticanza e dell’odio

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Immagine di archivio

“Non si porta l’odio in nome di Dio! Non si fa la guerra in nome di Dio!”

Caro direttore,
questa frase pronunciata da Papa Francesco è entrata in me con una forza tale da non lasciarmi più tranquillo. Sono molte, e gravissime, le notizie che ci giungono dall’Iraq sul destino dei nostri fratelli cristiani e di altre minoranze perseguitate in quella regione. Poche e lacunose sono le notizie che i nostri fratelli riescono a portarci e già molti di noi si scaldano, si irritano, si arrabbiano perfino con il Papa, accusandolo di tiepidezza e di paura, di un’effettiva connivenza con il potere criminale che sta operando questo sterminio. 

Ho già avuto modo nei giorni scorsi di riflettere sulla natura del cristianesimo come “fenomeno anti-sistema”, non assimilabile a nessun potere – occidentale o orientale che sia – e mi sono già permesso di individuare le responsabilità che il cosiddetto Occidente ha nell’aver contribuito a generare questo clima di instabilità e di disperazione. Ora, soprattutto dopo aver letto la rabbia di molti cristiani contro il Pontefice, vorrei ancora una volta indicare in Papa Francesco il punto attraverso cui il Mistero di Dio, anche in questa occasione, ci chiama a convertirci.

Il Papa, infatti, per aiutarci a guardare questa circostanza, parte da una posizione culturalmente espressa da Benedetto XVI a Ratisbona nel 2006. In quell’occasione il Papa emerito definì non solo la violenza incompatibile con la fede in Dio, ma arrivò a descrivere il Dio rivelato nella fede cristiana come un Dio che non agisce mai contro ragione, ma sempre in armonia con essa. La violenza, sempre secondo Benedetto, sarebbe quindi l’esito di un uso improprio della ragione umana, un uso ridotto cui Dio non potrebbe mai dare l’avvallo. Certamente – si obietterà a tutto questo – ma allora non si disse che il Catechismo della Chiesa Cattolica parla di alcuni casi in cui la guerra ha una sua legittimità e che lo stesso Giovanni Paolo II più volte si fece portavoce di una giusta “ingerenza umanitaria” per arginare gli orrori di un potere cieco e oscuro laddove ogni altro tentativo di mediazione e di incontro fosse fallito. 

Tutto questo è vero ed io stesso non mi sento di discuterlo perché penso che siano sempre più convincenti la Tradizione della Chiesa e le parole dei Papi che i miei “piccoli” pensieri. Eppure, proprio per questo, e per la citazione che all’Angelus di domenica scorsa Francesco ha fatto di Giovanni Paolo II affermando che niente è perduto con la pace, mentre tutto può esserlo con la guerra, desidero seguire il Papa nel modo con cui sta giudicando tutto quello che accade. Egli, e questo forse è sfuggito a qualche commentatore, sta chiedendo a gran voce tre cose: la prima, che credo sia quella politicamente più importante, è che quando si fa violenza in nome di Dio, Dio è sempre un pretesto. 

Il gioco di questi signori dell’Isis è proprio quello di voler far ripiombare il mondo nella dicotomia tra fedeli e infedeli, rifiutando (per la loro stessa tradizione) la possibilità di una cultura islamica aperta e in dialogo, cultura che è possibile e di cui – nel mondo – qualche testimonianza c’è. Non si tratta della favoletta “dell’islam moderato”, bensì di un processo di maturazione e di consapevolezza dell’islam che è possibile e che, in certi ambiti, sta avvenendo. 

Identificare nuovamente questi eccidi con un pretesto religioso e reagire come “blocco religioso alternativo” è il sogno di chi ci sta perseguitando. Il Papa, con le sue parole, ci aiuta a smascherare i reali intendimenti dei nostri persecutori e a guardare al fatto che non è “in nome di Dio” che essi stanno agendo, ma in nome di un preciso progetto di potere. Solo se effettivamente questa chiarificazione sarà recepita si potranno riaprire le porte per iniziative politiche e diplomatiche, per soluzioni che non suonino come la riscossa dei “cristiani”, ma – bensì – come la risposta puntuale e meditata ad un progetto di egemonia incompatibile con la vita democratica dell’ordine mondiale. 

In poche parole, quello che voglio dire è che si può arrivare perfino all’ingerenza militare, ma non in nome di un altro Dio rispetto a quello per cui ci stanno perseguitando. Finché lasceremo sul tavolo i moventi religiosi non cesseremo neppure un secondo di alimentare la spirale della vendetta e del ricatto. Ma allora, si dirà, Dio dove va a finire? E qui il Papa ci dice altre due cosette non da poco: parlando dell’episodio evangelico della barca in preda alla tempesta, Francesco ci ha detto che quella barca “è una immagine efficace della Chiesa: una barca che deve affrontare le tempeste e talvolta sembra sul punto di essere travolta. Quello che la salva non sono le qualità e il coraggio dei suoi uomini, ma la fede, che permette di camminare anche nel buio, in mezzo alle difficoltà. La fede ci dà la sicurezza della presenza di Gesù sempre accanto, della sua mano che ci afferra per sottrarci al pericolo“. 

Il Pontefice ci sta dicendo, senza mezzi termini, che quello che anche in questa circostanza ci sta mancando è la fede, la certezza che Dio non ci abbandonerà e non abbandonerà i cristiani che per Lui stanno morendo. Come non abbandonò Gesù sulla croce: dilaniato dal dolore, nel mistero della Pasqua, Dio non fermò – eppure poteva – la mano del persecutore, ma suscitò la Gloria della Resurrezione. 

Cari amici, a noi è questo che manca: la consapevolezza che quello che sta accadendo non può essere ridotto ad uno scontro tra fedi – perché Dio è sempre estraneo alla violenza – e la certezza che il Signore non molla il Suo popolo come non ha mollato il Suo Figlio. 

Ecco perché il Papa ci indica una terza essenziale cosa: la preghiera. Ossia la necessità che il dolore di questi miei fratelli perseguitati entri sempre di più nella trama della mia vita e della mia famiglia e che io chieda a Dio di muovere i cuori affinché la politica e gli uomini trovino una vera e reale soluzione. 

Tutto questo potrebbe far sembrare a qualcuno che io sono un ignavo, uno che pensa soluzioni dalla poltrona di casa senza “sporcarsi la voce e le mani”. E invece no. Io provo soltanto ad essere uno che segue qualcun altro, uno che segue e cerca di capire il Papa, uno che non vuole permettere che la morte di tutti questi fratelli generi un odio ancora più grande e diabolico: quello che si sta insinuando tra noi cristiani.

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