ROBIN WILLIAMS/ Ecco perché Peter Pan e il prof. Keating non lo hanno salvato

- Gianluca Zappa

GIANLUCA ZAPPA si interroga sul destino e sulle scelte di Robin Williams, l’attore americano che si è tolto la vita. Come mai chi ci ha reso tanto felici al cinema decide di farla finita?

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Robin Williams sul set (Infophoto)

Quando muore una star, specialmente poi se in modo tragico, come Robin Williams, si corre il rischio di fermarsi al sentimento, reagendo in modo epidermico. Se poi è una star del cinema, il rischio è anche un altro: quello di sovrapporre l’uomo col suo vissuto ai personaggi che ha interpretato. Sappiamo che non si può fare: per restare in tema di attori comici (e spostarci in casa nostra) il nobiluomo Antonio De Curtis era molto diverso, nella vita quotidiana, dal personaggio di Totò; era molto più chiuso e poco divertente. E Alberto Sordi non era certo quel figlio di buona donna di molti suoi indimenticabili personaggi.

Con Robin Williams non si deve fare eccezione. Si potrà ricordarlo nei panni di Peter Pan, del prof. Keating, di Mrs. Doubtfire, di Patch Adams, sempre però tenendo presente che lui, Robin, era un’altra cosa, un’altra persona. Questo ci aiuta anche ad affrontare il contraccolpo del suo suicidio: era un uomo come tanti, non il personaggio di una commedia costruito sulla base di una precisa sceneggiatura. Non possiamo scambiare la realtà con la finzione.

Detto questo, va però aggiunto che nel caso specifico l’uomo e il personaggio si avvicinano molto, almeno nel desiderio. Robin Williams viene descritto da tutti come un filantropo, un umanitario, e dobbiamo dire che molti dei suoi personaggi dimostrano una particolare attenzione ai problemi e ai dolori degli altri. I suoi film (per la maggior parte) toccano temi importanti e non sono mai banali. Ne L’attimo fuggente si affrontano i desideri degli adolescenti, il loro difficile rapporto col mondo degli adulti, il bisogno di avere una guida, un maestro (come bene rilevava Beppe Severgnini sul Corriere); Goodmorning Vietnam si cala nella tragedia della guerra; Mrs. Doubtfire entra nel dramma delle coppie separate e dei loro figli; Patch Adams si prende carico dei dolori dei bambini malati; lo stesso Hook è ricco di significati e di spunti che ne fanno qualcosa di più di una rivisitazione di Peter Pan (non ultimo, ancora una volta, il rapporto genitori-figli). Un film come Al di là dei sogni si confronta poi con le grandi domande dell’uomo di fronte al mistero della morte.

Difficile credere che l’attore si sia solo limitato a subire dei personaggi che gli venivano imposti. Leggo che almeno in un caso (quello di Mrs. Doubtfire) si attivò per cambiare il finale del film (che i produttori avrebbero voluto con una rassicurante restaurazione dell’unità familiare), in quanto secondo lui sarebbe stato irrealistico e avrebbe ingenerato false speranze nei figli dei divorziati.

Insomma, Robin Williams c’entrava coi suoi personaggi, voleva dire qualcosa alla gente attraverso di essi. La sua comicità è didattica, contiene un messaggio, una proposta. E allora vale la pena di chiedersi quale sia questa proposta. Forse non tutti ricordano il nichilismo del prof. Keating, che ripete ai suoi ragazzi “siamo cibo per vermi”, solo questo e nient’altro. 

A partire da un tale nichilismo, la proposta è quella di spendersi per gli altri, di fare qualcosa per essi, per alleviare la loro sofferenza e anche per cercare di dare un senso al desiderio di felicità che l’uomo si porta dentro. E’ la religione dell’umanità, quella dei personaggi di Williams, che vivono in una dimensione orizzontale. Lo stesso invito al carpe diem vuole essere un rimedio a vivere con intensità la vita finché si può farlo, coscienti che presto questo sarà impossibile.

Quando c’è bisogno di una risposta metafisica, il personaggio di Williams può solo regalare un’illusione, un sogno, senza ragioni, e il suo sorriso è mesto, se non triste, come se ci fosse dentro la coscienza di uno scacco. Bisogna accontentarsi: di un padre-mammo che non può più essere padre; di una vita che non può essere piena come si desidera; di credere nelle fate, anche se le fate non esistono. 

Nel momento culminante di Hook, Capitan Uncino profetizza al ritrovato Peter Pan che il giorno dopo si sveglierà, ritrovandosi alcolizzato e ossessionato dal successo (una frase che fa impressione, se si pensa alla fine di Williams). Peter reagisce e vince perché ha intorno persone che dicono di credere in lui. Bello. Ma come si fa a volare con i propri pensieri felici, quando si sta nella depressione?

E di fronte alla morte, qual è la risposta? Cosa c’è di là? L’oltretomba inquietante di Al di là dei sogni, figlio di una metafisica molto new age? Può essere una risposta alla propria morte e a quella dei propri cari (compreso il suicidio di una moglie)? 

La ricetta dei personaggi di Robin Williams non salva dalla depressione e dalla disperazione. Si può riscoprire il Peter Pan che c’è dentro di sé e in un momento di euforia gridare che la vita è un’avventura meravigliosa. Ma la vita, quella vera, con le sue contraddizioni e la sua pesantezza, richiede una speranza molto grande e piena di ragioni (e non esiste nessuna polverina magica da spargersi addosso). Si può fare il mammo sorprendente e divertente, ma “divorziare è costoso – sono parole dell’attore – ti svuota il cuore attraverso il portafoglio”. 

La religione dell’umanità fallisce, con un sorriso triste. Lo stesso indimenticabile sorriso di Robin e dei suoi personaggi.

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