IL CASO/ “Abortite i bambini Down”? Caro Dawkins, la coscienza non è un tweet

- Mauro Leonardi

MAURO LEONARDI affronta il caso suscitato dalle parole dello studioso inglese Richard Dawkins, che ha esortato ad abortire i bambini Down, destinati come tali a una vita infelice

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Richard Dawkins (Immagine d'archivio)

È difficile far male, e molto, con 140 caratteri. Il biologo britannico Richard Dawkins un paio di giorni fa ci è riuscito twittando: “È immorale non abortire se si aspetta un figlio Down. Abortisci e prova di nuovo”. Poi, travolto dalle tantissime reazioni indignate, si è scusato dicendo che la sua è un’opinone personale e che “la scelta è della donna”. 

Era proprio il nucleo delle critiche che gli sono arrivate, e quelle indignazioni mi hanno fatto riflettere molto perché sono piovute da ogni parte, non solo dagli ovvi settori pro-life ma anche da quelli pro-choice. Una donna, cioè, che abortisca o no, che creda o no in Dio, che pensi che lo zigote sia un’altra persona rispetto alla madre o solo una sua provvisoria escrescenza, vuole innanzitutto rispetto. 

La questione mi sfida profondamente perché un cattolico – un cattolico duro e puro – spesso si sente in dovere di dire che abortire è immorale; su una posizione quindi, di certo opposta a quella di Dawkins ma, non nascondiamoci, che fa lo stesso gioco: farsi gli affari degli altri dicendo cos’è o no morale. Ed è proprio su questo che il mondo chiede rispetto. Col “rispetto” a parole siamo tutti d’accordo, ma è così quando intendiamo una cosa tipo: fammi dire quello che io penso e sii d’accordo con me. Invece lo scivolone dello scienziato britannico spinge a ben altra definizione, a ben diverso spessore. Il fatto è che per un cristiano “immorale” non significa mai “fai come ti dico io” ma sempre “agisci secondo coscienza”. 

Se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo un pranzo allora io brinderei per il Papa. Ma prima per la coscienza e poi per il Papa“: ecco la famosa frase di Newman tanto amata e ripetuta da Benedetto XVI (e non solo da Ratzinger). Dove il termine “coscienza” non significa un cammino di pura soggettività ma crescita personale nella capacità di verità e obbedienza nei confronti della verità, che si mostra all’uomo che la cerca con cuore aperto. E dove nessuno può far quel cammino al posto dell’altro: ecco il punto di cosa è “morale” per un cristiano. E qui credo di dover chiedere scusa a molti, perché nel passato tante volte non ho saputo attendere. È molto diverso che una mamma dica “stai sbagliando ma la decisione è tua” e poi stia accanto alla figlia qualsiasi strada prenda; o invece, in modo più o meno esplicito, voglia ottenere un certo comportamento (nel bene, per carità) manipolando con silenzi, sorrisi, complimenti, quando non addirittura con lusinghe, minacce, ricatti, punizioni. 

Per una madre è difficile, sempre, se la decisione non è quella che prenderebbe lei, e infinitamente di più lo è se la mamma è cattolica e la figlia deve decidere se abortire o meno. Non bisogna dimenticare però che rispetto alle verità naturali, la fede rafforza le convinzioni umane ma non aggiunge nulla di essenziale. 

Mi spiego con un esempio. Immaginiamo di essere nati e vissuti in una casa senza nessuna fonte luminosa in cui ci siano oggetti, mobili, e che però la casa abbia scuri ermeticamente chiusi: quindi nessuna luce né interna né esterna. È chiaro che io attraverso il tatto potrei avere una conoscenza vera, che so, di un tavolo: ne sentirei il profilo, gli angoli, e potrei giungere a farmi un’idea di com’è. Ora, se dovesse avvenire che per un dono di Qualcuno si aprissero gli scuri, è evidente che io oltre al paesaggio esterno che neppure posso immaginare (sarebbero le verità soprannaturali di fede) vedrei anche illuminato ciò che già conoscevo. 

Del tavolo di prima conoscerò non solo quello che tocco, ma anche quello che vedo, che non solo non contraddice quello che già sapevo ma lo arricchisce di nuovi elementi. Questa è più o meno la posizione del cattolico rispetto all’aborto. Che il feto sia un bimbo è qualcosa che si dovrebbe sapere già qui e ora, e se uno ha fede sarà confermato e corroborato da tutto ciò. Ma nessuno può sostituirsi in quella ricerca personale della verità che non di rado è un camminare a tentoni. Viene bene l’apologo buddista dei nati ciechi a cui veniva portato un elefante e che poi dovevano rispondere alla domanda: secondo te, cos’è? qualcuno diceva una caldaia, e altri un aratro, o un serpente, o un tappeto, o una colonna, a seconda di quale fosse la parte dell’elefante con cui venivano in contatto: il ventre, le zanne, la proboscide, le orecchie, le gambe. 

Ecco, il cristiano sa che quando dice “morale” o “immorale” include l’elemento reale dell’oggettiva esistenza dell’elefante, ma include anche che l’entrare in contatto con esso sia un processo personale e soggettivo. Qualcosa che interpella l’onestà e il desiderio di non volersi fermare al primo tocco e di volersi arricchire della verità per cui l’elefante è sì un ventre, ma anche zanne, proboscide e così via. Si comprende quanto sia folle per un cristiano dire, come fanno i musulmani (almeno alcuni): convertiti o muori. E quando i manuali di storia delle nostre scuole ci dicono che c’erano epoche in cui anche i cristiani facevano così, ebbene se è vero e nella misura in cui è vero, si deve tranquillamente dire che era sbagliato. 

Ora, la frase di Dawkins puzza fin dalla testa perché chi ha nel cuore il rispetto, mai dice “bambini Down” ma dice sempre “bambini con bisogni speciali”. Ed è vero sia che abbiano la Sla, o un tumore, o siano amputati o grandi ustionati. E il percorso per dire a una mamma che ha “un bambino speciale”, che quel bambino non la lascerà mai come farebbero gli altri ma che sarà con lei per tutta la vita, è una strada che non si può fare a spintoni. 

Se invece un cattolico dice “Dawkins è disumano, per noi accogliere un bimbo Down è stato rispondere ad una chiamata: non possiamo dire di aver scelto di accoglierlo, ma piuttosto di essere stati scelti per accoglierlo”, spintona; e Sabrina, che ha gli occhi persi nel vuoto perché ha deciso di abortire ma è disperata, con parole così si sentirà solo più sola e probabilmente abortirà ancora di più. O dire, “sicuramente il cuore del signor Dawkins non ha conosciuto lo sguardo e il sorriso di un bimbo Down” significa usare le parole per costruire muri, non finestre. È difficile, lo so. Io ho sbagliato tanto e lo farò ancora sforzandomi di non farlo. 

So che è difficile perché la donna che abortisce non rispetta la vita del bimbo che aveva in grembo e dare rispetto a una persona che non lo ha fatto, e che magari in quel cammino di cui parlo fa ancora un passo in avanti e due indietro, è difficilissimo. Chiedo aiuto anche alla Chiesa che è madre. È difficile dire a una ragazza che le sto vicino se le ho appena detto che poiché ha abortito è scomunicata (cioè che è fuori dalla comunione, quindi l’esatto contrario). Perché chi ha autorità nella Chiesa non toglie la scomunica dell’aborto e invece la dà ai mafiosi e ripristina quella ai massoni? A me, una roba così, aiuterebbe. Tanto.  

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