IL CASO/ I parà cantano l’inno fascista, noi “regaliamo” le teste al boia

- Monica Mondo

I parà cantano un inno fascista. Il video spopola in rete e si scatenano indignati commenti. Acrobazie dialettiche per nascondere la realtà. I farisei insorgono. MONICA MONDO

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I parà cantano un inno fascista. Il video spopola in rete e si scatenano indignati commenti. In effetti, il gruppo di giovanotti in divisa dà un saggio di qualità canore in un coro affatto improvvisato, che si esibisce tra commilitoni nel noto “Se non ci conoscete”, adottato dal ventennio e rivisitato esasperando se possibile i toni. “Abbiamo per trofeo un brutto basco nero”, “bombe a mano e carezze col pugnal”, eccetera. Cattivo gusto, scarsa prudenza, data la fama e l’intemperanza ideologica del marchio Folgore. Di dubbia efficacia la veemente difesa de Il Giornale d’Italia, che si perita nel funambolico tentativo di dimostrar che l’inno “non è fascista”. Vero, nasce prima, tra gli interventisti pre-Grande Guerra. Ma fu fatto proprio, diffuso, trasformato dalle camice nere. 

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Spassosa addirittura la volontà di confondere il vero significato dell’invito poco fine ad utilizzare le bandiere rosse per scopi di pulizia igienica. Non si tratterebbe dello stendardo dell’Internazionale, ma di quello della fanteria, rosso anch’esso, come ognun ben sa, e la fanteria è, come ognun ben sa, rivale da sempre dei paracadutisti… Ma mi faccia il piacere. Perché non inventarsi allora che il riferimento alla bandiera rossa era per la squadra della Roma calcistica, e magari i parà sono tutti laziali? Guardate il video, con i soldati in mimetica e basco nero che alzano il braccio e gridano “A noi!”. Cattivo gusto. L’Esercito apre un’inchiesta. Spero non per difendere le bandiere rosse. Ricordo i miei figli, tornati da una vacanza con la parrocchia, cantare esaltati l’Inno dei sommergibilisti. “Andar per l’alto mar sputando in faccia alla morte e al destino… è così che vive il marinar…”. Mio padre, figlio e fratello di partigiani, sorrise, scuotendo il capo, ricordando che era un canto fascista. Ma sorrise. Scarso discernimento, ci sono altre canzoni meno guerresche da  imparare. Non si scandalizzò denunciando il parroco e imputandogli la mala educazione di ragazzini. 

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Quando la smetteremo di ragionare secondo le categorie nero/rosso, fascista/comunista? Peraltro condannate dalla Storia e dalla ragione. L’esercito italiano non ha altro da fare che aprire inchieste sui parà intemperanti? Una bella lavata di capo stile sergente di “Ufficiale gentiluomo”, qualche giorno di consegna, forse potrebbero bastare. Soprattutto, benedetto il silenzio, giudiziario  e mediatico, ché di esaltati che si beano della gratuita pubblicità al becerume ce n’è tanti in giro. Quando la finiremo di processare sui giornali e nei tribunali i presunti reati di opinione? Alcuni sono peccati di stupidità, non reati. Siamo certi che se un reparto dell’Esercito si fosse esibito in un inno dell’Armata Rossa le reazioni sarebbero stato altrettanto forti? 

Sono sotto i nostri occhi e all’ascolto di ottuse orecchie inviti quotidiani alla violenza e all’odio, e stiamo tutti zitti, per viltà o per un’idea di libertà che consente di dire e fare qualsiasi cosa. È la nostra malata idea, non quella adottata dal fanatismo religioso che pretende di eliminarci. Ma ci indigniamo con Magdi Cristiano Allam, che ha osato alzare la voce con la rabbia di chi è ferito dal suo stesso mondo, un mondo che l’ha condannato a morte. Si può non concordare con le sue prese di posizione. Ma se un reato è un reato si sporge querela, ci penserà un giudice. Non un tribunale autoproclamatosi custode della morale e del retto pensiero, neanche se espressione di un Ordine professionale (nato durante il fascismo, anche quello). Eppure tutti zitti, a fare l’uncinetto, mentre si alzano i patiboli, e noi stessi inconsapevoli porgiamo le teste dei condannati al boia.

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