IL CASO/ Perché salviamo un bimbo naufrago e ne uccidiamo uno Down?

- Mauro Leonardi

Il Corriere di ieri mostrava in video il salvataggio di una carretta del mare. Gli uomini del soccorso in pochissimi secondi devono scegliere tra la morte e la vita. MAURO LEONARDI

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Non più di quindici giorni fa il Washington Post ha scritto che, grazie a Papa Francesco, l’Italia, in materia d’immigrazione, ha adottato una delle politiche più progressiste del mondo. Questa politica si chiama Mare Nostrum e il sito del Corriere della Sera di ieri mostrava il video del salvataggio di una di quelle carrette del mare, insomma faceva vedere che cos’è Mare Nostrum nella realtà.
Il comandante Catia Pellegrino e i suoi marinai devono scegliere. Sulla motovedetta non c’è spazio per tutti e i morti – anche se sono tuo figlio o tuo marito o tua madre – devono essere lasciati in mare. Detta così è crudele ma è ancora semplice rispetto alla realtà, perché hai dei millesimi di secondo, le pale dell’elicottero ruotano, e per capire chi puoi scegliere tra due naufraghi non si può fare l’encefalogramma, e decidere tra chi è morto, quasi morto o vivo, ed è una tragedia. Sfioro la retorica mentre applaudo silenzioso i soccorritori guardando le immagini, e mi torna alla mente Titouan che i genitori e i medici hanno lasciato morire perché era prematuro e malato. Mi ricordo dell’insurrezione mondiale al tweet di Dawkins che incoraggiava ad abortire i bimbi Down. E poi Gammy, il bimbo Down concepito con l’utero in affitto. O il neonato abbandonato dalla mamma nel centro commerciale di Lauria, e mi chiedo: cosa cambia tra un bambino malato visto in un’ecografia e uno mezzo assiderato in mare aggrappato alla madre? Perché il primo non lo salviamo in nome di una vita che prevediamo infelice perché handicappata, e perché strappiamo alla morte la vita di quest’altro bambino che vivrà orfano in terra straniera perché la mamma è morta affogata accanto a lui?
Del piccolo Titouan vedevamo l’edema celebrale e invece del piccolo naufrago le urla di dolore del padre e della madre che andavano spegnendosi poco per volta. Perché nel primo caso scegliamo per la morte e nel secondo per la vita? È la domanda che mi ritorna più volte in questi mesi: il breve elenco di casi di poco sopra me lo ricorda.
Per la maggioranza delle persone, ormai – “purtroppo” per alcuni, “per fortuna” per altri – motivi come “la religione”, “perché così vogliono milioni di persone”, “il principio della vita a tutti i costi”, non valgono più. Renato Pierri ha scritto giustamente: “si vuole in vita un bambino perché si vuole, perché si pensa, di poterlo rendere felice; perché si pensa di non regalargli una vita di sofferenza sin da quando è ancora in fasce, perché si è persuasi, infine, che sia lui a voler vivere”. “Si pensa” però è una forma impersonale. Se mettiamo un soggetto esplicito viene fuori: “genitori”, “papà e mamma”. Sono loro che pensano.

I genitori di Titouan hanno pensato che la vita del figlio non era degna d’essere vissuta e che se fosse stato lui a scegliere avrebbe deciso di non vivere. Invece i poveretti di cui mai sapremo il nome e che venivano dall’inferno, hanno pensato il contrario e i marinai di Catia Pellegrino sono stati le braccia e le mani del loro sogno di felicità.
Ridotto al sodo, credo che il punto sia proprio questo: nessuno, ma proprio nessuno, vuole generare una vita infelice. Tutti vogliamo dare gioia, e quindi è lo sguardo sulla vita futura dei figli che cambia tutto. Se io penso che vivere sorretti da apparecchiature sofisticate sia un “non vivere”, farò morire. Io qui dentro, mi sbaglierò, ci vedo il fantasma della solitudine. Perché tra i poverissimi, tra i disgraziati di ogni genere e tipo (proviamo ancora a pensare per un attimo alla sconosciuta che partorì nel bagno del centro commerciale di Lauria), prevale l’ostinata tenacia del vivere, del credere di farcela, del mettersi per mare in gommone?
Guardiamoli, perché i poveracci non sono mai soli. Sono tanti da far capottare la carretta del mare. E invece noi, ricchi, borghesi, pensierosi, dal tweet facile e dalla risorsa bio-tecnologica, quante volte siamo soli: uno o tutt’al più due? Aiutatemi a trovare il bandolo della matassa. Perché nella realtà noi che abbiamo i mezzi siamo soli e loro che sono tanti non hanno i mezzi? Come facciamo a farci regalare da loro la voglia di solidarietà, e dargli in cambio le nostre risorse?



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