CASO MARO’/ Tre domande (senza risposta) che condannano l’Italia

- Monica Mondo

MONICA MONDO propone una riflessione sul caso marò: esempio di obbedienza al loro compito e di appartenenza alla loro patria, che rimane distratta e deludente davanti a questa vicenda

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Salvatore Girone e Massimiliano Latorre (Infophoto)

Non so voi, ma io quando vedo Massimiliano Latorre e Salvatore Girone mi commuovo. 

Sarà per la dignità e l’onore con cui portano la divisa, per il portamento fiero ma mai altero, per la remissione obbediente a un compito, a una promessa. In quegli sguardi sofferti ma dritti, testa alta e sentimenti nel cuore, c’è la coscienza di  appartenere a un popolo, con orgoglio e serena caparbietà. Mi commuove tanta costanza, verso un paese pasticcione e distratto, che di identità ne ha ben poca, e forse si esalta ai colori della Nazionale, benché senza merito. Un paese che ha permesso la gogna in un paese straniero, e il veleno dei sospetti anche in casa propria, nei tribunali improvvisati della stampa e della politica. Quell’insulto sibila ancora, qua e là, cui rispose con coraggio un soldato dimenticato anch’egli, gettando in faccia ai boia quel “così muore un italiano”.

Poco importa che i nostri uomini migliori (per preparazione ed esperienza) siano impegnati a difendere confini, di terra o di mare, da ingiuste aggressioni, che si prodighino per sollevare da miseria e violenza la gente, e che per questo rischino la vita. Grava sempre su chi indossa un’uniforme l’ombra di un tradimento dei valori veri della libertà e della pace – pace e libertà senza giustizia, senza verità, quindi fasulle e foriere di continui focolai di male, ma tant’è, in grado di radunare al loro vuoto scampanìo le anime belle in vena di notorietà o sfogo rabbioso. Ne abbiamo viste a bizzeffe, di manifestazioni multicolori, di striscioni che sventolano quella parola bellissima ma ormai priva di pregnanza, “pace”, tanto che pure quando la dice il papa facciamo fatica a crederci. 

Poche per Latorre e Girone, e subito bollate come “di parte”, dunque trascurabili. D’altronde, sono due marò, probabilmente di simpatie destrorse, e come minimo se la sono cercata, se proprio non sono assassini e bugiardi, come qualcuno azzarda. Ora, se i due soldati si trovavano in acque internazionali, e dunque non sotto giurisdizione dello stato indiano del Kerala; se è stato loro improvvidamente ordinato di approdare e consegnarsi alle autorità, da qualche vertice mai ufficializzato e giustamente rimosso; se le prove della loro colpevolezza non sono affatto evidenti, anzi, provano che non hanno proprio ucciso nessuno; se la loro vicenda è stata usata vergognosamente con ritardi e intoppi burocratici  ad hoc, dalla politica indiana; se abbiamo promesso a più riprese, per voce delle più alte cariche dello Stato, che la priorità è riportarli a casa, perché non è stato fatto nulla? Perché ben tre ministri degli Esteri e della Difesa in successione non hanno portato che solidarietà vaga e alimentato speranze vane? Perché siamo incapaci, e allora al diavolo l’incarico di Miss Pesc; o perché in fondo non ce ne importa nulla, o perché siamo a disagio e non crediamo davvero alla loro innocenza? Quale delle tre risposte? 

Tutte coprono l’ingiustizia e la vergogna, di cui si ammanta un paese che non è in grado di difendere e proteggere i suoi uomini, nell’esercizio delle loro funzioni. Abbiamo fatto di tutto per riportare in patria i connazionali rapiti, anche con perdita di vite umane. Abbiamo giustamente pagato riscatti, speso e trattato con ogni mezzo, per giornalisti e cooperanti vari, religiosi, lavoratori. Ma Latorre e Girone scontano un peccato originale, quella divisa che, linda e stirata, continuano ad ostentare con dignità ferita. La loro patria. Una parola fuori moda, che non usano più neppure i capi del governo, stona sui tweet, è pochissimo social. Patria, che pare un ricordo di canzoni alpine, o un rigurgito nostalgico del ventennio. Patria, per chi riconosce di essere figlio, di essere parte di una storia, un sentire, una lingua, una cultura. Patria, per cui provare rabbia e orgoglio, come verso padre e madre che non riesci più a capire, ma che ami moltissimo. 

E’ il grido della giovane figlia di Massimiliano Latorre, dopo la notizia del grave malore che ha colpito il papà. E’ sbottata, dopo tanto tempo di silenzioso riserbo. Sì, il nostro è davvero un brutto e sporco paese, ha detto, ed è difficile non comprendere la sua delusione, alla sua paura e impotenza.

Eppure, anche su questa ventenne  si sono appuntate le polemiche e gli insulti. In effetti, cara ragazza, tuo padre sconta una scelta lavorativa compromettente e ambigua. In India ha l’opportunità di un’esperienza multiculturale, un arricchimento.  Si è fatto una bella pubblicità, quando torna vedrai che trova un posto in Parlamento o ci faranno un film, sulla sua storia. Che poi questa ischemia improvvisa, non sarà un modo per attrarre l’attenzione…?

Ora cambiamo ministro, tranquilli, con l’anno nuovo nuovi volti e nuove strategie. Riusciremo forse a convincere Del Piero a fare qualcosa.

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