ABBANDONO DEL FIGLIO/ A una madre: “solo se siamo figli possiamo amare di nuovo”

- Federico Pichetto

Ieri “Repubblica” riportava la storia della signora G.C., 64 anni, che da giovane ha dato alla luce un figlio, per poi darlo in affido. Ora vorrebbe ritrovarlo. FEDERICO PICHETTO

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Gentile signora G.C.,
ho letto la sua storia sui quotidiani nazionali e so che lei, ventotto anni fa, ha fatto la coraggiosa scelta di non abortire e di dare il proprio figlio – frutto di una storia breve e ingenua con un uomo straniero – in adozione, non riconoscendolo alla nascita e cercando per lui un futuro migliore di quello che, all’epoca, lei sentiva di potergli garantire. Adesso, invece, si sarebbe altresì convinta che quel figlio sia solo “arrivato al momento sbagliato” e, dopo averlo cercato e individuato, desidererebbe tanto poterlo rincontrare. Per questo sta chiedendo aiuto alle istituzioni le quali, se con le ultime sentenze della Suprema Corte hanno previsto che un figlio non riconosciuto alla nascita abbia diritto a conoscere il nome dei propri genitori naturali, non hanno invece previsto analogo principio per le madri che “vogliano ritornare indietro sulle proprie decisioni”. 

Sono in molti a essere diffidenti verso tutte queste opportunità: temono che scoraggerebbero i lodevoli desideri di adozione da parte di tanti genitori o che, ancor peggio, non darebbero alle donne non propense ad abortire quelle garanzie e quelle serenità che le aiuterebbero a scegliere per la vita e non per la morte. 

Io, in questo caso, le scrivo né come commentatore, né come prete, ma come uno di quei bimbi che – alla nascita – non è stato riconosciuto dai propri genitori ed è stato dato in adozione. Per la cronaca mi chiamo Federico Pichetto e ho trent’anni, ma so benissimo che sia Federico che Pichetto sono nomi che altri mi hanno dato dopo che, passate poche ore dal parto, la mia mamma e il mio papà mi hanno abbandonato all’ospedale “Gaslini” di Genova. 

Per anni mi sono guardato alle spalle e, pensando alla mia storia, riuscivo solo a vedere un’ombra, un ignoto dal quale, non si sa come e perché, ad un certo punto ero spuntato e venuto al mondo. Non sa per quante notti, sentendo tutto questo nel cuore, ho lottato con me stesso: da un lato, infatti, ero grato che una donna non avesse abortito permettendomi di nascere, dall’altro – tuttavia – non riuscivo a spiegarmi perché ella avesse scelto di non tenermi con sé: che cosa c’era in me di così sbagliato da abbandonarmi? Perché non avevo meritato lei e il suo amore? 

Queste domande erano il mio intimo segreto, l’intima onta che avvertivo e che non osavo esprimere per rispetto di quei genitori che, invece, mi avevano accolto e amato. Ma erano lì e, quando anche la mia famiglia adottiva si è sciolta come neve al sole rendendomi di nuovo orfano e di nuovo solo, questo grido è esploso.

Al compimento dei ventuno anni le “ragioni del sangue” mi hanno spinto a chiedere al Tribunale dei minori di Genova il fascicolo contenente la mia storia e loro, con grande correttezza, me lo hanno consegnato con quello che c’era dentro: niente. Lei non può immaginare che cosa ho sentito quel pomeriggio dentro di me: a volte passavo degli interi quarti d’ora allo specchio cercando di scorgere nei miei tratti, nel mio sorriso, nei miei occhi, il volto e il sorriso della mia vera mamma. 

Questo dolore, questa sensazione di un amore negato cui avevo diritto, non ci sono parole per descriverli e chi oggi sentenzia su questi temi con leggerezza e saccenza dovrebbe ricordarsi che un essere umano può sopportare tutto tranne il tremendo pensiero di non essere amabile. Perché vede, mia cara signora, chi è abbandonato è proprio questo quello che a volte si ritrova a pensare: che la propria vita non meriti niente, non meriti amore, che gli altri siano un gruppo di cattivi “che non possono capire” e che ciò che si era alla nascita è sicuramente meglio di ciò che si è diventati a causa di così tanto dolore. Ma, ed è per questo che le scrivo, volevo dirle che noi arriviamo a pensare tutte queste cose terribili solo perché viviamo dentro una grande illusione: la menzogna secondo la quale questa nostra esistenza sarebbe nostra, sarebbe solo lo sterile frutto del nostro amore e delle nostre fatiche.

Quando io ho incontrato Gesù Cristo, infatti, ho scoperto che Lui aveva fatto la mia vita e quella di mia madre, ho scoperto − insomma − che Lui era mio Padre e che Lui era Suo Figlio. Le domande che lei e io ci facciamo, pertanto, non sono dettate semplicemente dal dolore, ma sono le domande che ogni madre e ogni figlio dovrebbero porsi per essere davvero seri col loro bene reciproco. Quando ci guardiamo allo specchio, in effetti, noi crediamo di portare addosso i lineamenti di chi ci ha generato biologicamente, ma in realtà portiamo addosso soltanto gli occhi e lo sguardo di un Altro, di quel Padre che ci ha amati, voluti e creati. Non sono pertanto i nostri genitori a darci la vita, noi non siamo “loro”, ma è Dio che – mentre loro si incontrano nell’intimità – ci chiama all’Essere e ci fa iniziare a correre verso di Lui. 

Noi, mia cara mamma, non siamo l’esito di un progetto umano o di una notte di piacere: noi siamo un desiderio di Dio. Cristo non è un puro nome, ma è il nome dei genitori che bramo, dei Figli che attendo, degli amici che voglio e della donna che sposo. 

La nostra vita è fatta per Cristo e alle nostre spalle non sta l’ignoto di un grembo, ma il Mistero di Uno che ci ha semplicemente voluti. Io non so che cosa lei deciderà di fare, e non mi permetto di dirle ciò che è teoricamente giusto o sbagliato, io so solo che − se anche riabbracciasse suo figlio o io trovassi mia mamma − il mio e il suo cuore non smetterebbero mai di battere e di cercare. Perché ciò che cerchiamo non è sulla terra, ma in Cielo. 

Noi non abbiamo bisogno della compagnia degli amici, delle carezze dei genitori, dell’amore dei figli: noi abbiamo solo bisogno di un cenno del Cielo, del miracolo di Uno che non ci lasci soli, ma che continuamente ci venga a cercare. È questa la mancanza che sente il nostro cuore ed è questo che − dentro a tutto − non ci dà pace. Queste cose, mia cara signora, io le capisco ogni giorno tra le lacrime e tra i peccati. Eppure è strano perché, proprio grazie a tutto questo tormento, adesso mi guardo indietro e mi scopro lieto, grato alla mamma che mi ha fatto nascere e che non conosco, a quella che mi ha fatto crescere e che ad un certo punto si è ammalata e a quella che adesso mi custodisce e mi guarda diventare grande in silenzio. 

Io non so chi sia suo figlio e che cosa oggi egli pensi. Ma di una cosa sono certo: finché lei non avrà scoperto nel suo cuore di chi è figlia non potrà mai guardarlo negli occhi e amarlo davvero. Perché avrà sempre la tentazione di pensare che quel ragazzotto mulatto sia suo, mentre invece lui − come tutti i figli − è stato solo un dono. Che per altro lei ha custodito benissimo.

La abbraccio forte cara mamma,
Con affetto e amicizia.

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