NORMAN ATLANTIC/ Padre Ilia, salvare gli altri e morire per un Volto

Tra le vittime del naufragio del Norman Atlantic c’è anche un sacerdote ortodosso, Ilia Kartozia. Ha aiutato gli altri a salvarsi, ma lui non ce l’ha fatta. Il commento di ROBERTO PERSICO

01.01.2015 - Roberto Persico
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Foto: InfoPhoto

Non riesco a immaginare che cosa possa voler dire vedersi morire il proprio uomo sotto gli occhi, dopo aver lottato insieme per quattro ore per non cedere alla furia del mare, come è successo alla moglie di Georgios Doulis. Neppure che cosa possa significare stare con il cuore in gola per la sorte del marito come Maria, la moglie di Carmine il camionista che non doveva essere sulla nave maledetta, che dice che il cadavere a cui hanno dato il suo nome non è il suo, che dev’essere da qualche parte in Albania, «cercate ancora, il Signore me lo deve far tornare sano e salvo».

Non so neanche che cosa significhi essere su una nave in fiamme, al buio e nella tempesta, che terrore possa prendere allo stomaco e far dimenticare ogni senso di umanità, se è vero che, come raccontano alcuni testimoni, «gli uomini picchiavano le donne e i bambini per salire per primi sugli elicotteri». Che paura possa far tremare le gambe e far smarrire anche il senso del proprio dovere, se è vero, come raccontano altri testimoni, che nel momento cruciale dell’aggancio con il rimorchiatore i membri dell’equipaggio erano scomparsi.

So solo, per averlo letto decine di volte, come sia facile che in una situazione drammatica quella conquista sempre a rischio che è l’umanità svanisca dal cuore e dalla mente di un uomo, e rimanga solo la sua sorella maggiore, più antica e sempre in agguato, la bestialità che pensa solo alla sopravvivenza. So anche, per averlo visto e constatato di persona, come sia facile, di fronte al dolore ingiusto, al dolore innocente, bestemmiare e maledire, incolpare quel Dio che pure, quando le cose vanno bene, così facilmente ci dimentichiamo di ringraziare. O almeno prendersela con gli uomini, con l’incuria la distrazione il cinismo di chi avrebbe dovuto fare e non ha fatto, prevedere e non ha previsto… Divino o umano, un colpevole ci “deve” essere.

Ma ho anche imparato, grazie a Dio, che anche nelle situazioni più terribili, alle volte, c’è qualcuno che, se non può salvare dal naufragio tutti gli uomini, riesce a portare in salvo almeno l’umanità. È successo tanti anni fa — si perdoni il paragone, che può sembrare irriguardoso, ma spero si capirà che non lo è — con padre Kolbe. Che, come ci spiegava ai tempi dell’università un grande professore, «ha salvato l’umanità nell’uomo», cioè ha mostrato che in fondo al cuore umano c’è una scintilla divina, una capacità di amare che nemmeno le circostanze più avverse possono strappare. 

Ed è successo l’altro giorno a bordo della Norman Atlantic, guarda caso ancora con un sacerdote, padre Ilia. Che, racconta sempre un testimone, prima lo ha accompagnato fino alla scialuppa, guidandolo, facendogli coraggio; poi, quando era il suo turno di salire, ha ceduto il posto a una donna con la sua bambina — come padre Kolbe, tanti anni fa, che si offrì in cambio di un padre di famiglia. Chissà se è vero che a portare a fondo padre Ilia è stato il peso delle icone che teneva nello zaino, dalle quali non si voleva assolutamente separare. Ma mi piace pensare che mentre aiutava degli sconosciuti, padre Ilia riconoscesse nei loro visi lo stesso volto che stava dipinto sulle sue icone, e che gli riecheggiassero nella mente le parole di quell’Uomo, a cui lui aveva consacrato la vita: «Nessuno ha una amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici»; «Ogni volta che avrete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». 

Anche su una nave in mezzo a una burrasca — e la vita non è sempre una nave in mezzo a una burrasca? — Gesù sa rendersi presente.

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