BAMBINO DELL’IS/ Che risposta diamo a quella piccola macchina di morte?

- Monica Mondo

Un bambino di dieci anni addestrato a fare il boia in nome dell’islam. MONICA MONDO riflette sul caso che ha fatto il giro del mondo e spiega perché i cristiani sono diversi

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Immagine da Internet

Non siamo come loro. Non siamo come chi fa impugnare le armi a un bambino, chi lo obbliga a dannarsi, a diventare assassino, sotto l’occhio delle telecamere, ad uso del mondo. E’ l’ultima trovata, e non è un film: l’ultimo video fatto girare in rete dai servi del califfato. Un bimbo di una decina d’anni, impettito, orgoglioso, con un pistolone in mano, con un orologio grande al polso, che lo fa sentire più uomo, e lo apparenta a quei supereroi americani che dovrebbero avergli insegnato ad odiare. Due uomini inginocchiati davanti a lui, guardato a vista e incitato da un barbuto seguace di qualche profeta, il papà, il maestro di madrassa? 

Due uomini con le mani legate, con la testa semirasata, inermi, inebetiti da chissà quali torture o droga, incapaci perfino di urlare. Hanno da poco dichiarato alla propaganda che sono spie, che hanno offeso, tradito, combattuto l’islam verace. Stanno lì, e attendono il colpo mortale. Il ragazzino alza la pistola, punta e spara, due volte. Non è difficile prendere la mira, le sue vittime stanno a un metro da lui. Poi esulta, alzando l’arma al cielo, e sulla sua voce scorre il crawl, tradotto in inglese: “da grande voglio fare il mujaeddin”. Non il medico o il calciatore. Il guerrigliero, il terrorista, anche se il termine non è corretto, dovremmo correggerci, stare attenti ai significati. 

I terroristi sovvertono l’ordine costituito, seminando il terrore. Questi qua sono vendicatori della deviazione dalla retta via, seguono la loro legge, la sharia, altro che sovvertimento. I sovvertitori siamo noi. Noi che amiamo la vita, noi che amiamo la misericordia anche più della giustizia, noi per cui giustizia e morte non dovrebbero mai andare a braccetto, noi che conosciamo il perdono, soprattutto sappiamo chiederlo. 

Noi siamo diversi. Immemori, peccatori, stolti, pronti a svendere la nostra identità e barattarla per denaro o potere o effimero benessere. Noi tuttavia cresciuti, educati, innervati, di spirito cristiano, e illuminista, certo, ma in quanto la ragione che poi si fece dea, è stata considerata proprio dal cristianesimo strada maestra per la verità, fedele compagna della fede. 

Noi, che abbiamo ridotto la religione a un insieme di regole, a cose da fare o comportamenti da avere, noi che l’abbiamo chiusa in sacrestia o in intimo cordis, vergognandoci di portarla con gioia al mondo, per le sue strade. Noi tuttavia, corrotti e corruttori, non vorremmo nessuno costretto a inginocchiarsi nelle nostre chiese, non vorremmo nessuno costretto dalla forza a credere in Dio. Se l’abbiamo fatto, abbiamo riconosciuto il male, abbiamo chiesto con umiltà che la Storia e gli uomini oppressi capissero, e assecondassero il loro perdono. 

Noi possiamo sostenere eserciti, come cittadini, se i diritti che sappiamo veri e giusti vengono disdetti e disprezzati. Qualche volta sbagliamo, perché le guerre portano altra guerra e odio. Ma le nostre idee di libertà e giustizia e democrazia e civile convivenza, anche se tradite da battaglie sbagliate, sanguinose, da sviamenti e ipocriti compromessi, restano vive, almeno nel pensiero, almeno nelle coscienze. 

Noi amiamo la vita. Noi non amiamo la morte. Noi che viviamo in una società che nasconde la morte e rinnega la vita dei più poveri e piccoli, diventiamo preda dei nemici della vita. Noi crediamo che Dio passando nella Morte l’abbia vinta per sempre e ci prometta la vita eterna. Non a scapito dei nostri fratelli, non perché disprezzassimo questo benedetto centuplo quaggiù, in questo mondo bellissimo, amabile anche quando porta dolore, perché la fratellanza e la misericordia sostengono il dolore, e fanno risorgere. 

Noi siamo diversi. Per questo vinceremo, alla fine di tutto, forse dopo persecuzioni, come già tanti nostri compagni di ventura e sventura, in terre lontane. E’ l’ora, e chissà che non sia quella del “tempo compiuto”. Chiederemo di reggere, con la grazia e l’amore l’un l’altro, cercheremo di combattere, con parole e opere perché l’orrore non domini il mondo. Forse saremo martiri, ma senza mai cercare il martirio. Soprattutto, proteggeremo i nostri figli, innanzitutto. Perché non perdano la salute, del corpo, e soprattutto dell’anima.

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