PAPA/ Francesco parte dalle Filippine e porta in Europa la tenerezza dei santi

- Cristiana Caricato

Dopo una settimana tra Sri Lanka e Filippine, Papa Francesco è rientrato a Roma. CRISTIANA CARICATO, dal volo papale, si sofferma sulle parole pronunciate da Bergoglio in viaggio

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Papa Francesco, infophoto

Ne abbiamo la sicurezza. Anche lui ha pianto. Quando è arrivato nella nostra zona, in fondo all’aereo, circa 60 minuti dopo il decollo dall’aeroporto di Manila, era contento. E ansioso direi. Sembrava persino riposato. E questo ha davvero del miracoloso, perché i ritmi di questa visita moltiplicata per due in Asia sono stati massacranti. La prima domanda della conferenza ad alta quota era scontata, ma la collega filippina che l’ha posta ha trovato una chiave nuova, suggerita da una confidenza fatta dal cardinale Tagle circa un Papa autodefinitosi “edificato” dall’esperienza appena vissuta nelle Filippine: che cosa ha imparato da noi? 

L’espressione di Francesco, sommo pontefice romano, cambia e diventa quello di un bambino ancora sopraffatto da un’emozione enorme. In un istante ho ritrovato il volto annichilito di Tacloban, quell’uomo gravato dal dolore e dalla compassione per un il popolo in eterna tensione con le forze della natura. Ha aspettato un secondo di troppo per rispondere, rivelando un anima che ha bisogno ancora di gestire e ordinare ferite e colpi. Poi ha esordito: “i gesti”. 

Così abbiamo scoperto che il pontefice capace di radunare tra i 6 e i 7 milioni di persone, di incantare due città e due paesi, di smuovere folle e provocare deliri, di scatenare una mania collettiva, non pericolosa ma contagiosa si è lasciato guardare, sì, ma ha soprattutto guardato. Scorreva lungo le arterie di Manila, paralizzata e concentrata su di lui, in una marcia trionfale che farebbe girare la testa al più umile dei santi, strattonato e invocato da milioni di occhi, mani, corpi e voci, e lui guardava. Assorbiva i gesti. E si commuoveva. Fino alla lacrime. Perché ci ha detto, erano gesti buoni, sentiti, amorevoli, che avevano dentro tutto: la fede, l’amore, i dolori, le delusioni, il futuro. Nel gesto dei tanti padri che alzavano i figli oltre la barriera umana per una benedizione, Papa Bergoglio ha riconosciuto la sincera e semplice fede popolare, l’amore totale del Padre verso il figlio, la dignità di mamme fiere di esibire figli disabili, la gioia pura di chi sa per cosa vivere e lavorare, che dietro il sorriso non nasconde ma rivela la normalità di fatica e problemi. 

Fin qui un racconto, che a chi legge può apparire quello di un vecchietto sopraffatto da troppe emozioni, se non fosse che le lacrime sono arrivate di nuovo, “lavando gli occhi” e facendo vedere in modo diverso la realtà. Papa Francesco è un uomo che non deve imparare a piangere, come gran parte del mondo occidentale. E’ capace di compassione e pietà, di vivere con lo sguardo profondo che appartiene ai semplici e ai santi. E’ l’uomo e il Papa che si è lasciato annientare non dalla furia della tempesta tropicale, ma dall’enormità morale di un popolo, quello di Tacloban, che non ha perso la fede dopo un disastro che ha portato via tutto. 

Nell’intervista, che sembrava più una confessione, Bergoglio ha confermato di essere stato scosso dalla messa celebrata accanto alla base militare, inseguito dal tifone che iniziava la sua corsa a 70 km orari. Ha “patito” la sua condizione di uomo; si è sentito “annintito”, ha perso voci e parole, completamente devastato dalla visione di acqua, umanità e dolore. Dal Mistero di una fede che ha senso solo nel segno della Croce. Una fede che provoca domande angosciose, come quella che tormentava Dostoevskij sulla sofferenza dei bambini, ma che le pone piangendo. Una bell’anima Francesco, ti sorprende con questa purezza di sguardo e di cuore e poi mostra il carattere sanguigno che gli permette di pensare al pugno per chi offende la mamma, e molto di più, ma anche di denunciare sillabando la colonizzazione ideologica con cui si vuole imporre la teoria del gender, o quel disgusto per la corruzione dentro e fuori la chiesa che lo ha fatto a stento trattenere dal dare “un calcio lì dove non batte il sole” a due mascalzoni che volevano fare una truffa allo stato, quando era vicario episcopale di Buenos Aires. Un parroco pieno di buon senso e non solo, quando insiste sulla paternità e maternità responsabile, portando ad esempio la sfuriata ad una donna all’ottavo figlio e sette parti cesarei sul ventre. 

Un Papa che osa dire che i cattolici non sono “conigli” rivendicando con orgoglio le analisi su contraccezione, crescita demografica e responsabilità portate avanti dal Concilio e il suo interprete, Paolo VI. Un pontefice che sfida gli altezzosi eredi dell’illuminismo europeo difendendo la virtù cristiana della prudenza nei rapporti tra fedi e libertà d’espressione. Insomma un Papa tosto. Il più figo di tutti, si leggeva ieri su una cartello a Manila. 

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