ITALIANE RAPITE/ Greta e Vanessa, nemmeno il chador nasconde la vostra ingenuità

Greta e Vanessa sono vive, e questa è la buona notizia. La cattiva è che da mesi sono nelle mani di al Nusra. Ma non è morta la speranza di riportarle a casa. MONICA MONDO

03.01.2015 - Monica Mondo
greta_vanessa_R439
Greta e Vanessa

Greta e Vanessa sono vive, e questa è la buona notizia. La cattiva è che da mesi sono nelle mani di un’organizzazione terrorista di fondamentalisti islamici, se sono confermate le rivendicazioni e le dritte dell’intelligence. Al Nusra, gruppo affiliato ad Al Qaeda, rivale dell’Isis, da cui si è distinto, per ora, anche nelle modalità e finalità di sequestro degli ostaggi occidentali. Per uccidere, i seguaci di Al-Baghdadi; per estorsione, quelli di Al-Golani, veterano della guerra in Iraq, sempre che sia ancora vivo. Ma cautela nell’accreditarli di maggiore mitezza: sono pur sempre i criminali che hanno ucciso il sacerdote olandese Frans van der Lugt, lo scorso aprile, che hanno rapito trenta  suore greco-ortodosse a Maalula. 

Greta e Vanessa sono vive. Sono apparse dimagrite, per quel che lascia intravedere il chador scuro che come l’ombra è piombato sulla loro ingenua e sprovveduta giovinezza. Quella con cui si erano ritratte, abbracciate, all’aeroporto, in attesa di partire per combattere la giusta causa. Sorridenti e piene di slancio, come si conviene a vent’anni appena, decise all’impresa più nobile e impossibile. Partire dalla bassa bergamasca per portare ai derelitti siriani, travolti dalla guerra e dalla violenza barbara, un po’ di medicine, qualche vestitino, da acquistare coi pochi spiccioli raccolti con le loro mani, tra amici e compagni di scuola. 5mila euro, un tesoretto, chissà che pensavano, incuranti dei pericoli, delle dinamiche complesse del terreno di sangue in cui si andavano a ficcare. 

Convinte ancora che il bene e il male, qui come in quel medioriente estremo, si trovino distintamente separati, di qua e di là, senza possibili contaminazioni. Loro li avevano conosciuti, quelli che volevano la libertà della loro terra, qui in Italia, avevano partecipato ai cortei, ai sit-in, si erano buttate a frequentare, credere, raccogliere fondi. Pazienza se non erano così affidabili, pazienza se erano complici a loro volta dell’ingiustizia. Che ne sai, a vent’anni, quando il sogno è di essere eroi, te l’hanno insegnato in parrocchia e sui banchi di scuola, te l’hanno instillato in qualche assemblea o in qualche centro sociale, che puoi rovesciare le sorti del mondo solo volendolo.

Che peso dare agli inviti ragionevoli alla prudenza, a vent’anni. La generosità non è prudente mai, avranno pensato, c’è gente che muore, e a noi tocca fare una parte, per non essere tiepidi, vomitevoli di tiepidezza. Hanno postato qualche foto e qualche messaggio su Facebook, mozziconi di storie strazianti, di bambini massacrati dalle mine, di fame e deserto.

Poi, il silenzio, e la ricerca spasmodica di indizi per saperle ancora in vita, e sperare di riportarle a casa. Sforzi che continuano, perché fortunatamente siamo tra i paesi che trattano, che pagano, e scusate se siamo italiani, e come i francesi, ad esempio, preferiamo pagare per riportare i nostri connazionali in vita, e non in una bara, se pur avvolta da una bandiera. 

La logica vorrebbe altri metodi, in accordo con gli alleati. Con i nemici, non si tratta. Quando si mette a rischio la propria vita, si accettano le conseguenze, lo Stato non si contamina, non si spende per degli scriteriati. C’è qualcuno che ci ha rimesso la vita, per questo, e vale sempre la pena ricordare la morte di Nicola Calipari per la salvezza di Giuliana Sgrena. Valeva la pena? E valeva la pena pagare un riscatto per quelle due Simone, le ricordate? Rapite e usurpate proprio dai ribelli in armi che loro sostenevano e idolatravano?

Valeva la pena. Un uomo vale sempre la pena. Così suonano ciniche, di un’aridità disumana, certe considerazioni ripetute a denti stretti e cui titoli di giornale hanno dato voce: chi sbaglia paghi, chi cercava guai se li sbrogli da solo i suoi guai, o ci anneghi. Peggio ancora chi incolpa i genitori di scarsa attenzione, di poca educazione e avvedutezza. Il padre, ferito dalle parole al vento, ha riposto mestamente: “Che dovevo fare? Legarla?”. E si trattava di una brava ragazza, studiosa, buona di cuore, lieta. Avrebbe potuto dire però la stessa cosa per una cattiva ragazza. Non puoi legarli, a vent’anni. Non puoi fermare la loro libertà, anche di sbagliare, perfino di fare il male. E in questo caso, male non era. 

Così, in questa giornata d’inizio d’anno obnubilata dai loro volti smarriti, dai loro volti prigionieri, dalla loro fiducia per sempre tradita, le sole righe lette di senso e di anima sono quelle di Domenico Quirico, il giornalista rapito e detenuto sette mesi nelle mani dei fondamentalisti siriani. “Non condivido il giudizio di chi le considera malaccorte. Sono un esempio eccezionale della volontà di trasformare in atti le buone intenzioni, anche rischiando”. Già, ma Quirico ci è passato, e sa la paura, lo strazio. Quirico ha due figlie adolescenti. E conosce la misericordia, punta sulla speranza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori