NUOVI CARDINALI/ Così Dio viene a “disturbarci”

- Padre Brown

Papa Francesco ha comunicato i nomi dei nuovi cardinali che verranno creati nel prossimo concistoro del 14 febbraio. Alla tradizione, il papa ha preferito la vita. PADRE BROWN

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Da più di tre giorni la scelta dei quindici nuovi cardinali operata da Papa Francesco, in vista del concistoro del prossimo 14 febbraio, sta infiammando il dibattito intra-ecclesiale sul significato politico e teologico di queste nomine. C’è chi fa notare che il numero di cardinali individuati da Bergoglio raggiungerà — in un ipotetico prossimo conclave — quelli decisi da Giovanni Paolo II, ossia 30 (mentre 60 saranno quelli “creati” da Padre Benedetto), c’è chi invece mette in luce le assenze eccellenti di vescovi residenziali tradizionalmente insediati in sedi cardinalizie come Torino e Venezia, o quelle di vescovi provenienti dagli ambienti iperconservatori del nord America che avrebbero opposto un dissenso molto forte alla linea del pontefice argentino durante l’ultimo sinodo straordinario sulla famiglia dello scorso ottobre. 

Tutte queste letture però — seppur legittime — non aiutano nessuno a fare un passo in avanti nella fede e riducono, ancora una volta, la Chiesa ad un gioco politico più tipico di un parlamento nazionale che di un organismo di comunione quale è il concistoro. Forse dietro le scelte di Bergoglio c’è un disegno ecclesiale o un progetto pastorale, ma — prima ancora di questo — c’è certamente il tentativo di offrire al popolo cristiano un’occasione forte di presa di coscienza della realtà, del ruolo di Cristo e della figura del cardinale nella vita della Chiesa. 

Anzitutto la realtà: papa Francesco sta dicendo a tutta la Chiesa che oggi il cattolicesimo non ha più la sua base in Europa, che è giunto il momento di renderci conto che intere zone che noi veneriamo per storia e per prestigio in realtà oggi non contano praticamente più nulla, ma anzi appaiono destinate a scomparire proprio come scomparvero i gloriosi patriarcati di Antiochia e di Alessandria, sopravvivendo di nome, ma morendo di fatto. Però il papa non si ferma qui e pare affermare, attraverso precise scelte, che la Chiesa muore là dove si esprime come una struttura di potere e non di servizio. Optare per il vescovo di Capo Verde o di Ha Noi significa guardare a dove effettivamente il cristianesimo è un fenomeno di vita e non un orpello ormai quasi del tutto compromesso o soffocato dalla lotta e dal collateralismo con la società borghese. 

Tutto questo, nell’ottica di Francesco, vorrebbe costituire un’indicazione potente sul metodo di Dio, un metodo che non rispetti anzitutto le tradizioni, ma faccia sorgere inaspettatamente la vita. È la stessa lezione, se andiamo a ben vedere, che padre Benedetto cercava di impartire al popolo di Dio quando affermava che è il Signore che guida la Chiesa, non gli uomini. Bergoglio, insomma, sta semplicemente andando dove Cristo lo sta portando. E questo spiazza, sorprende, innova perché riconsegna allo Spirito, e non agli usi degli uomini, il reale governo sulla Chiesa 

Infine è evidente che papa Francesco va dipingendo sempre più la figura di pastore che egli ha in mente: scegliendo Menichelli o Montenegro indica delle umanità vive e vicine al loro popolo come esempi di vescovi per tutti i ministri ordinati della Chiesa. In questo modo il pontefice vuole accompagnare ed incoraggiare quanti nella Chiesa di Dio vivono alle periferie del pianeta o dell’esistenza, quanti — preti e vescovi — si sporcano del vissuto e delle ferite della gente, piuttosto che di egemonia culturale e politica sulla società. 

Non sarà facile per il cattolicesimo italiano recepire tutte queste lezioni, uscire dall’autoreferenzialità in cui si è rinchiuso nell’ultimo ventennio e accettare che sia Dio — ancora una volta — a trasformare e a liberare il Suo popolo mediante gli uomini che Egli chiama a “tenere sveglio il mondo intero” con la testimonianza della propria carità e della loro fede. A ben vedere per nessuno dei credenti sarà facile abituarsi ad un Dio che non riconferma inesorabilmente l’esistente, ma che — proprio come nella Leggenda del Grande Inquisitore — torna incessantemente a disturbarci. Noi preferiamo un Dio addomesticabile e addomesticato, immagine delle nostre battaglie e delle nostre lotte, capace solo di perpetrare in eterno la nostra superiore civiltà occidentale. Eppure ciò che colpisce è che mentre surrettiziamente sosteniamo questo, la nostra vita porta dentro una drammatica domanda di conversione e di novità. Quella domanda cui il Papa ha provato a rispondere, facendo guardare non a dei nobili o a dei principi della Chiesa, ma a degli uomini come noi alle prese con una realtà che questi porporati non idolatrano né maledicono, ma — semplicemente — vivono dentro il dialogo con Cristo. L’unico vero Signore di tutta la Chiesa.

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