SINDROME DI DOWN/ Un calcio all’handicap

- La Redazione

L’Athletic Pavia, associata alla Juventus Academy, ha esteso la sua attività a un gruppo di ragazzi con Sindrome di Down. Con risultati sorprendenti. Parla il presidente, FABRIZIO SALVUCCI

Va da sé, su un campo di calcio, come in qualunque sport, si punta al meglio. E non c’è dubbio che il meglio sia la vittoria, il top della classifica. Ma è sempre così? Non esattamente. C’è qualcuno che oltre a guardare la classifica pensa di vincere soprattutto quando riesce a individuare e far emergere quel “top” che Davide, Michele, Francesco, Stefano, e tutti i ragazzi che si trova ad allenare hanno dentro. Ci crede al punto da aver esteso l’attività dell’Athletic Pavia, associata alla Juventus Academy, a un gruppo di ragazzi down. Nella giornata nazionale delle persone con Sindrome di Down, istituita per superare diffidenze e stigma sociale, ma anche dopo le recenti polemiche suscitate dal settimanale satirico Charlie Hebdo che ritrae una ex ministra con sembianze down, e dopo l’episodio della mamma di Ferrara che ha ritirato la bimba dall’asilo nido per la presenza di un’assistente con trisomia 21, più che tante parole servono fatti.

Fatti come un centro sportivo in costruzione grazie a una raccolta di fondi privati (finora più di 200.000 euro di donazioni e/o prestiti di genitori) e fatti come un’associazione sportiva in espansione (all’inizio del terzo anno i tesserati del settore giovanile, in crescita, sono per ora 160 e in totale il giro è di 250 persone) che da un anno collabora con la cooperativa sociale CLAP (Centro-laboratorio per l’apprendimento) per il miglioramento delle capacità motorie e cognitive dei down. “I risultati sono stati sorprendenti e saranno oggetto di una pubblicazione scientifica”, dice a ilsussidiario.net Fabrizio Salvucci, cardiologo, da sempre appassionato di calcio, fondatore e presidente dell’Athletic Pavia, che ha da poco iniziato un nuovo anno sociale con squadre di bambini e ragazzi che vanno dalle elementari alle superiori, portando avanti la sua rivoluzione: far amare “questo inflazionato e seviziato ma bellissimo gioco” e mostrare le suae straordinarie potenzialità educative, con sfide al limite, come quella con i ragazzi down. Si riempiono gli stadi e le società sportive, ma “nessuno insegna più a giocare a calcio”.

Non le pare un’affermazione un po’ esagerata? Cosa non va nel mondo del pallone?

Si tende troppo a selezionare invece che a lavorare con il singolo ragazzo. Un po’ come a scuola: se vai bene prendi un bel voto, se vai male uno cattivo. Ma non è questo che aiuta i ragazzi a crescere, a cambiare. Il calcio è un gioco per tutti, come diceva don Gnocchi: tutti hanno le risorse per essere decisivi in una squadra di calcio. Tranne che queste risorse vanno cercate.

Non è quello che fanno gli allenatori?

A livello giovanile troppo spesso gli allenatori non sono abbastanza preparati per capire e sviluppare i punti di forza dei ragazzi, e proiettano quello che loro ritengono i ragazzi debbano avere. Se un allenatore si fissa che un ragazzo dev’essere in un modo piuttosto che in un altro non tirerà mai fuori nulla. Adesso mi sembra si faccia prevalentemente selezione e non educazione.

La selezione ha comunque un valore, aiuta a migliorarsi.

Il problema è che adesso selezionare significa stabilire in modo grossolano chi è bravo e chi no. Posso capirlo ad alto livello, ma in quello giovanile deve prevalere una preoccupazione educativa: tirare fuori i punti di forza e svilupparli. La selezione è fatta davvero con troppa facilità. Sono capaci tutti di vedere chi è migliore e chi no, ma non di capire cosa può dare un bambino o un ragazzo fino a che non le hai provate tutte.

 

Come fate a “farle provare tutte”?

Chiediamo ai ragazzi di porre attenzione su quello che sanno fare meglio. C’è chi è forte fisicamente, chi nel saltare l’uomo, chi è più abile tecnicamente, chi tatticamente, chi è più intelligente… Le caratteristiche importanti per giocare sono queste; però quando i ragazzi sono più consapevoli, quando si accorgono delle loro specifiche capacità e sono resi partecipi dei passi che proponiamo e delle correzioni che facciamo, riescono a esprimere queste capacità in modo prima impensabile. Anche fuori dal campo di gioco.

 

In che senso?

E’ successo ad esempio che alcuni ragazzi che andavano male a scuola, hanno iniziato a migliorare perché avevano applicato allo studio il metodo che avevano appreso in allenamento: concentrazione, pazienza, gradualità, affronto della fatica, pianificazione dello sforzo, utilità della ripetizione. Alcuni stanno addirittura pensando di proseguire gli studi e andare perfino all’università.

 

Il gioco del calcio per risolvere la piaga sociale della dispersione scolastica?

Stando a contatto con i giovani mi sono reso conto che il problema non è che sono troppo liberi ma, al contrario, che sono bloccati. E questo secondo me dipende dal fatto che gli adulti sono sempre meno capaci di riconoscere e tirar fuori quello che hanno dentro. Non serve avere nessun magnetismo, ma serve il desiderio di guardare i ragazzi per quello che sono. Questo basta perché ti diano fiducia e inizino un vero cammino di crescita.

 

Com’è nata invece l’idea di estendere la vostra attività ai ragazzi down? E’ stata accolta senza problemi?

L’idea è nata dall’incontro quasi casuale con Guendalina Rulli, una giovane psicologa determinata a mostrare la possibilità di migliorare le capacità motorie e cognitive dei ragazzi con Sindrome di Down. Nell’autunno dell’anno scorso siamo partiti con quattro ragazzi down che ora si allenano contemporaneamente alle prime e seconde medie, seguiti da un laureato in scienze motorie, da una psicologa e da alcuni educatori. I primi risultati sono stati sbalorditivi, dal punto di vista della socializzazione e da quello fisico. Ci siamo sorpresi, anche i più esperti di noi non avevano mai visto una cosa del genere.

 

Quali risultati avete ottenuto?

All’inizio alcuni non riuscivano nemmeno a correre, dopo pochi mesi tutti tiravano in porta dal dischetto del rigore. Alla cena di fine anno si sono seduti vicini e hanno interagito tra di loro, quando di solito in situazioni del genere nessuno si staccava dalla mamma. E quando hanno finito la cena hanno preso da soli l’iniziativa di mettersi a giocare a calcio nel cortile della pizzeria. Alla fine dell’anno erano anche diventati autonomi in attività quotidiane come allacciarsi le scarpe o cambiarsi la maglietta. Autonomia e socializzazione sono obiettivi difficili da raggiungere per le persone con questa sindrome.

 

Quali obiettivi avete per il futuro? 

Il nostro obiettivo è costruire un centro sportivo dove si insegni a tutti il gioco del calcio ad alto livello. Spesso si predilige la competenza a discapito dell’educazione o viceversa; ma le due non possono non stare insieme, secondo la mia esperienza. Attraverso contatti internazionali poi, tra cui quello con il prof. Timothy Shriver, presidente degli Special Olympic Games, ambiamo a diventare uno dei maggiori centri internazionali per l’insegnamento del calcio (come metodo di sviluppo delle abilità cognitive, fisiche e sociali) per i bambini/ragazzi con sindrome di Down.

 

(Silvia Becciu)

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