L’EX TERRORISTA/ Bignami: l’Isis va attaccato con la forza della misericordia

- Maurice Bignami

L’Isis è una organizzazione criminale a scopo di lucro, un’associazione a delinquere. Ma contrattaccare e sconfiggere la paura si può. MAURICE BIGNAMI, ex terrorista di Prima linea

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Uno degli attentatori di Parigi, Abdelhamid Abaaoud

L’Isis è una organizzazione criminale a scopo di lucro, un’associazione a delinquere. Si denomina Stato Islamico così come le numerose altre formazioni che gestiscono le macroaree catastrofate, in Africa sub-sahariana per esempio, amano chiamarsi Fronti di liberazione di qualche cosa. Sono i veri Mondi di Mezzo, che mediano i flussi di scambio per conto terzi (petrolio, diamanti, metalli rari, reperti archeologici, droghe, schiavi), e le interfacce necessarie a dominare le masse delle zone periferiche, gli esclusi, quella percentuale crescente di popolazione mondiale ormai radicalmente superflua, che non produce e non consuma, e per la ragione economica è puro costo, puro rifiuto. 

Non hanno direttamente alcuno scopo politico, esprimendo in maniera paradigmatica l’irreversibile scomparsa di qualsivoglia autonomia della politica da una economia che ha piegato a sé, alle proprie astratte e automatiche necessità, tutte le altre sfere che assieme alla politica un tempo governavano ed esaltavano l’umano: il sociale, l’arte, il linguaggio, il simbolico, il trascendente. 

Sono però strumenti utili ad altri, che una pseudo finalità politica — misera, di brevissimo periodo e sempre sussidiaria all’economia — vorrebbero ancora esprimere. Nel caso dell’Isis, internamente i quadri del Ba’th e gli ufficiali e sottufficiali dell’esercito irakeno ai tempi di Saddam Hussein, per dirne una; esternamente, a scelta, le varie potenze regionali e le supposte potenze mondiali che, con sempre maggior dimestichezza, si danno al gioco del caos creativo e lì sperimentano senza rete la gestione di un possibile futuro generalizzato. Perché, per quanto si tenti di edificare un nuovo limes tra presunta civiltà e sicura barbarie, di separare un dentro da un fuori, non si può non accorgersi che tutto ciò è illusorio. Il nuovo limes assume i connotati di una rete che si ramifica ovunque. I muri, i valli che dovrebbero separare e proteggere il Mondo di Sopra da quello di Sotto sono sempre più vicini, tangenti le nostre mura di casa. Ci si accorge, anzi, che le frontiere altro non sono che il tentativo ingenuo di respingere all’esterno, il più lontano possibile, i veleni prodotti dalla nostra stessa logica interna. 

Non si può avere il pieno controllo di ciò che accade nel mondo, tanto più in un mondo globalizzato e liberalizzato, che consente di esportare capitali, merci, uomini, ma costringe ad importarne tutte le conseguenze. Questa pretesa, comprensibile ma tendenzialmente paranoica, è tragicamente illusoria e foriera di numerose disillusioni. Al massimo, potrebbe essere utile a mascherare per un momento, dietro a indubbie esigenze di sicurezza, la pragmatica costruzione di una società post democratica. 

Ciò che è possibile, invece, ciò che è doveroso se non abbiamo capitolato al generale processo di auto domesticazione della specie umana, è posizionarsi in questo mondo così da capirne le dinamiche, da percepirne le sofferenze, i bisogni, da afferrarne le possibilità di trasformazione positiva. 

Un modo certo per avere uno sguardo sincero sul mondo reale è quello di optare per gli ultimi e di guardarsi attorno con i loro occhi. Allora, ciò che appare è scevro da pregiudizi, da sovrastrutture ideologiche, da paure, e dietro alle molteplici realtà si cominciano a percepire i segni di un possibile nuovo esistente.

Il consenso costruito con le illusioni e la paura è solo la ricerca di una povera complicità, quella con chi teme che possa succedere anche a lui ciò che è toccato a noi. È una connivenza priva di pathos e fatta solo di egoistica premura, che porta a rabbiose rinunce e all’individuazione di capri espiatori buoni per tutte le stagioni. Non basta invitare a sottoscrivere che siamo tutti Parigi, bisognerebbe urlare, invece, che siamo tutti Beirut, tutti Ankara, e anche tutti Aleppo, forse persino tutti Raqqa, che siamo tutti quella povera gente che nulla c’entra con l’Is et similia e subisce la pena che noi patiamo e quella che noi somministriamo. Il problema non è tecnico e non si tratta di come gestire la paura o di come dosare il rapporto contradditorio tra sicurezza e libertà. Dobbiamo puntare alla compassione, che non è roba da sacrestia, ma la sostanza vera che ci fa uomini, perché scopriamo chi siamo relazionandoci con l’altro. Dobbiamo mirare alla solidarietà degli uomini liberi, che allarga e consolida i fronti di resistenza alla morte, alla mancanza di senso, al dominio del denaro che si autoriproduce, del feticcio delle merci che nasconde dietro al suo ghigno da idolo sanguinario relazioni sociali disumane, che penalizzano i tanti per la soddisfazione, peraltro del tutto effimera, dei pochi. Dobbiamo contrattaccare con la forza della misericordia, anch’essa un qualcosa che non sa di muffa, ma è virtù combattente, che rende capaci gli uomini di agire per il bene in ogni luogo, anche in quello più nefando e crudele. È un senso di comunione senza misura tra gli uomini che frantuma l’insolenza, che spezza la voglia manichea di dividere per sempre i buoni dai cattivi, e di abbandonare questi ultimi alla Geenna, che era poi la discarica in cui si bruciavano, per elementare bisogno d’igiene, i rifiuti di Gerusalemme. 

Nel 1987, ventotto anni fa, due anni prima della caduta del muro di Berlino, scrissi assieme a Sergio D’Elia un appello agli ultimi epigoni delle Brigate rosse che avevano ucciso a Roma, durante una rapina, due poliziotti. Era un appello ai “compagni assassini” perché interrompessero un agire ormai veramente incomprensibile, perché optassero per la vita e non per la morte. Ad un certo punto scrivevamo: “In quello che di loro appare, sperimentiamo di nuovo il peggio che portiamo in noi. Dobbiamo allora presumere, sperare, volere che la parte nascosta della loro umanità racchiuda anche il meglio del nostro cuore e della nostra anima, e che sia possibile farlo vivere anch’esso”. 

Era una speranza e un volere che non appartenevano solo a noi, ma a tutti gli uomini di buona volontà. “Noi amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita” disse con tracotante arroganza Osama bin Laden parecchi anni dopo e in tutt’altro contesto. E ciò può anche essere vero. Quel che forse non gli è mai passato per l’anticamera del cervello è che noi, noi tutti, quando siamo veramente noi, quando siamo veramente uomini, amiamo e rispettiamo la vita ovunque essa sia, anche quella più nascosta, quella più negata. Anche la nostra, di noi tutti; anche la mia, di “compagno assassino”; anche la sua, di Osama bin Laden. Ed è per questo che abbiamo già vinto in un divenire possibile e che lui, assieme a tutti i burattinai, ha già perso.

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