FIDANZATI ASSASSINI/ “Non volevamo uccidere”: ricordiamoci di Dostoevskij

- Gianfranco Lauretano

E’ stato Antonio Tagliata, 18 anni, ad uccidere Roberta Pierini (49) e a sparare al marito (in gravissime condizioni), che si opponeva alla sua relazione con la figlia. GIANFRANCO LAURETANO

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La cronaca di questo inizio novembre ci racconta di un nuovo delitto commesso da figli su genitori. Il fatto, accaduto ad Ancona, riguarda due vittime di 49 anni, Roberta Pierini, deceduta per due colpi di pistola e il marito Fabio Giacobbi, sottufficiale dell’Aeronautica, gravemente ferito con almeno quattro colpi e attualmente in pericolo di vita. A sparare sarebbe stato il diciottenne Antonio Tagliata, fidanzato della figlia sedicenne delle vittime, che con lei si era recato a casa dei genitori “per un chiarimento”. 

Durante l’interrogatorio alla caserma dei carabinieri il ragazzo avrebbe confessato ed aiutato i militari a ritrovare l’arma del delitto, che era stata gettata in un cassonetto dei rifiuti. Dopo il delitto i due ragazzi sono fuggiti, non si sa se in motorino o in autobus (le versioni cominciano ad essere più d’una), ma sono stati individuati ed arrestati a Falconara, città poco distante da Ancona. Già gli avvocati dei due ragazzi hanno cominciato a rilasciare dichiarazioni: lui ha sparato, ma lei lo ha spinto a farlo… non volevano uccidere, ma poi è accaduto… la ragazza durante l’interrogatorio è stata glaciale, anzi no, ha pianto a dirotto e ha chiesto del padre. 

Più evidente sembra il movente del delitto, la ferma opposizione dei genitori a quel rapporto e la dura regola di sorveglianza (il padre è un militare) che le avevano imposto per impedirle di vedere il ragazzo. Un’altra voce si è aggiunta a quelle già in circolazione: si tratta di Carlo Tagliata, padre del presunto assassino, il quale sostiene che la mente del delitto è la ragazza e che suo figlio ne sarebbe stato plagiato, essendo “un bravo ragazzo” che avrebbe anche sposato la fidanzata. Già, un bravo ragazzo che si presenta ad un chiarimento coi futuri suoceri con una pistola calibro 9, posseduta non si sa come, tanto che tra le accuse, oltre a quelle di omicidio e tentato omicidio, c’è anche quella di detenzione illegale di arma da fuoco.

Insomma, già dalle prime battute questa si presenta come una delle tante storie delittuose italiane di cui abbiamo purtroppo sempre più frequente notizia, con versioni e controversioni, una quantità di protagonisti e comprimari che si contraddicono l’un l’altro e una verità che neanche il lunghissimo corso della giustizia che si preannuncia porterà a galla. Assieme al corollario ormai stucchevole di ricostruzioni televisive e giornalistiche, di testimonianze millantate nelle trasmissioni del pomeriggio, di pseudo-indagini che serviranno solo a rimescolare irrimediabilmente le cose. Si aggiungerà così al dolore della tragedia, a cui non riusciamo ad abituarci, quello del faticoso percorso di ricostruzione della verità e di decisione sulla pena. Un film già visto. 

Ancora una volta, comunque andrà a finire e qualsiasi cosa si appurerà, abbiamo un esempio di crollo delle evidenze elementari, compresa l’incapacità di stare di fronte alla realtà dei fatti, che non sembrano così confusi: un uomo e la sua fidanzata minorenne si sono presentati dai genitori di lei con una pistola, hanno ucciso la madre e ferito mortalmente il padre. E hanno confessato. Punto. Per un diabolico intrico delle nostre leggi, invece, che noi non addetti ai lavori stentiamo sempre più a capire e a giustificare, questa storia ce la ritroveremo nei tigì, decine di esperti saranno convocati a dire la loro su ciò che gli assassini volevano o non volevano effettivamente fare, ci sarà un processo alle intenzioni e certamente alla fine sarà stata anche un po’ colpa delle vittime, e della loro assurda pretesa di cercare di educare la figlia e dare il loro parere sulla direzione che doveva prendere la sua vita.

In realtà è un atteggiamento che viene da lontano. Dostoevskij nei Fratelli Karamazov, ad esempio, romanzo in cui si racconta di un parricidio, in tema quindi con il delitto di Ancona, fa dire a un personaggio, una signora un po’ svampita, che Dimitri, il fratello imputato dell’assassinio del padre, potrebbe essere assolto perché nei tribunali moderni si dà molto peso alle “ossessioni” dei colpevoli, usate come attenuanti dei delitti. Anche in questo caso l’amore tra due giovani potrebbe essere un’ossessione buona, a cui colpevolmente le vittime si erano opposte. Proprio così. Ciò vale tanto più in una società come la nostra in cui le scelte sui sentimenti, sull’amore, sul sesso sono ritenuti di esclusiva competenza personale, oggetto dell’intoccabile libertà dell’individuo. E via dicendo. Ma quando sulla realtà dei fatti le opinioni gettano un’ombra talmente grande da non rendere più visibili neppure i fatti stessi, la società è una palude in cui solo i coccodrilli più dotati di denaro riescono a nuotare. Prepariamoci dunque a una storia lunga, piena di cambiamenti di rotta, ricorsi, accuse reciproche, migliaia di giorni e milioni di euro spesi e la possibilità che la verità, pur sembrando così semplice ed evidente, non venga in futuro mai a galla.

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