LETTERA/ Dal crac delle banche alla Casta, i “conti” che non tornano

- Gianluigi Da Rold

Dopo il crac delle banche, ieri l’Ue ha detto sì all’arbitrato italiano e al rimborso caso per caso. Renzi ha invocato una riforma. Ma alcune domande vanno poste. GIANLUIGI DA ROLD

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Immagini di repertorio (Infophoto)

Caro direttore,
scusami se disturbo te e i tuoi lettori con questa lunga lettera. Ho deciso di scegliere l’articolo-lettera, in questa occasione, perché molti giudizi che esprimo appartengono alla mia testa ormai “annosa” e magari anche un po’ sbilenca. Non è sfiducia verso ilsussidiario, giornale che mi ha garantito sempre la massima libertà di giudizio, più che qualsiasi altro quotidiano o periodico in cui ho scritto, ma per il pudore di stilare giudizi che non è giusto far condividere in toto al giornale che dirigi.

Caro direttore, dunque, mercoledì 9 dicembre 2015, è una di quelle giornate che mi ricorderò per sempre, quasi ora per ora. Nel pomeriggio ho visto miei vecchi compagni socialisti, due ex sindaci di Milano, altri compagni della vecchia sinistra milanese e italiana, tutti protagonisti della prima repubblica. Ci prendevamo in giro a vicenda: “Siamo reduci o ex combattenti? Abbiamo sbagliato proprio tutto!”.

Alla sera, con due carissimi amici, sono stato invitato a cena da oltre una ventina di studenti della mia vecchia università, la Statale di Milano. Abbiamo parlato a lungo e io sono rimasto stupito, ma, ti dirò, anche commosso, che in questa Italia “rassegnata”, come sentenzia il Censis, demotivata, ci siano ancora giovani studenti che si organizzano per leggere i giornali, informarsi, stendere sintesi e giudizi su argomenti politici, sociali, storici, economici per capire e cercare un minimo di verità.

Poi, a casa, verso mezzanotte, dagli ultimi telegiornali e dalle notizie dei siti, ho letto tutto quello che era possibile sulla tragedia del pensionato di Civitavecchia, Luigino D’Angelo, suicida perché la Banca Etruria lo aveva tradito. D’Angelo, con una lucidità disarmante e impietosa, si è suicidato dopo aver scritto sul computer la sua delusione non tanto per i 110mila euro che gli avevano “bancariamente e legalmente” rapinato, ma perché quella che era la sua banca, la sua “istituzione” sotto casa, nel suo quartiere, lo aveva volgarmente imbrogliato.

Caro direttore, è stata questa sequenza di mercoledì 9 dicembre a indurmi a scrivere alcune considerazioni su questo nuovo sistema politico, economico e sociale che ha stroncato una vita umana e ha messo sul lastrico altre 130mila persone, 120mila famiglie per l’operato inqualificabile di quattro banche di territorio, come si dice.

E’ dal 2007 che si parla di banche, non solo in Italia, ma in tutto il mondo. E chi si azzarda a parlare male delle banche, oppure a dire che sono state salvate al posto dei cittadini e delle famiglie è promosso al grado di “populista”. Anche Papa Francesco è diventato “populista”, dopo la sua enciclica.

Eppure, quando scoppia la crisi dei subprime e fallisce Lehman Brothers, esce allo scoperto l’opulenta ma squallida avidità dell’ideologia (sic!) di un neoliberismo (dissotterrato dalla tomba della storia) che si è imposto lentamente dopo i “magnifici trenta” anni della ricostruzione dall’ultimo conflitto mondiale e che ha scelto, con la svolta post-industriale, di usare la leva finanziaria per risolvere i problemi della stagnazione dei cicli dell’economia capitalista.

La cosiddetta “impresa responsabile”, che produce, crea occupazione, promuove persino un welfare aziendale (la vecchia Olivetti per esempio, ma non fu l’unica), va in soffitta e viene soppiantata dall’azienda che, secondo il guru Milton Friedman, deve “fare la felicità degli azionisti”. La signora Margaret Thatcher può tradurre in politica le scelte neoliberiste: “La società non esiste”. Ci sono solo esseri che cercano di massimizzare i loro profitti in competizione tra loro. Il liberale inglese lord William Beveridge, il padre del welfare state, e sir Winston Chruchill, che hanno proprio con il welfare combattuto il comunismo, si rivolteranno ancora adesso nelle loro tombe.

E nelle banche che cosa succede? Prende piede la famosa scuola McKinsey, quella che predica che le banche devono fare ricchezza. I “McKinsey boys”, in Italia ad esempio, guardano con supponenza gli Enrico Cuccia e i Vincenzo Maranghi, in nome di una nuova ricchezza bancaria e di nuove grandi aggregazioni.

Il più grande dei banchieri italiani, Raffaele Mattioli, diceva che chi legge i bilanci delle banche è un amante della letteratura di fantascienza. Ma Mattioli parlava quando c’era ancora il “miracolo economico” e ironizzava in un ambiente bancario ordinato e ben vigilato, dove c’era la rigida distinzione tra banche commerciali e banche d’affari, seguita alla crisi del 1929 e stabilita dal Glass Steagall Act.

Oggi non si può immaginare che cosa direbbe Mattioli di fronte ai “comandamenti” McKinsey e a un’autentica orgia di prodotti finanziari di ogni tipo partoriti dalla riscoperta “banca universale”, quella che ormai fa tutto e vende tutto e che qualche banchiere, come l’ex presidente della Bpm di Milano, Roberto Mazzotta, definiva “una sciagura”.

I “subprime” sono solo un modesto prodotto rispetto alle obbligazioni subordinate e a quelle strutturate (tanto per citarne qualcuno) e ai derivati che difendeva qualche anno fa e con grande passione il leader italiano dei commentatori neoliberisti e di sinistra Francesco Giavazzi, insieme al gregario Alberto Alesina, sul Corriere della Sera.

E naturalmente sull’insegnamento dei “McKinsey boys” si fa largo nelle banche l’attacco a chi si oppone alle stock option, ai “bonus” milionari che fanno di alcuni banchieri, che passano da un board all’altro, dei bounty killers della clientela.

Il giovane presidente di una grande banca d’affari italiana mi ha detto tranquillamente, qualche anno fa, che quello che vendono le banche comincia con la lettera “m” e ha il significato della famosa parola pronunciata da Cambronne.

La vera parola magica della “nuova banca” di stampo neoliberista è cartolarizzazione, quella che un premio Nobel dell’economia, Joseph Stglitz, ha definito in questo modo: è nata nella testa di finanzieri ed economisti che non si basavano sugli algoritmi, ma sulla previsione che nel mondo nascesse un cretino ogni minuto.

Ma Stiglitz è un neokeynesiano da combattere e togliere dalle biblioteche. 

Oggi, nonostante una delle più grandi crisi finanziarie ed economiche, nonostante la sua durata, c’è sempre un signore influente, come Alessandro De Nicola, presidente di “The Adam Smith Society”, che quando è intervistato in televisione sembra che minacci “chi tocca il mercato muore” e che la colpa è tutta delle “invasioni politiche” e statali, soprattutto nelle banche. E naturalmente che il mercato “va a posto da solo”. Anche se lo aspettiamo tutti, da anni ormai, che il mercato vada a posto.

Non ci sono naturalmente responsabilità personali nel suicidio di Luigino D’Angelo. Ma questa tragedia, come il dramma degli altri 130mila truffati, nasce in questo “polverone” neoliberista, dove la vecchia banca di territorio, quella vicino a casa, quella del tuo quartiere che ti tutelava i soldi, i risparmi di una vita ti “consiglia” l’investimento. Il risparmio che ti insegnavano a scuola nella “Giornata del risparmio” e quello che tutela la Costituzione è ormai “quello tuo che ti gestisco io”.

Il neoliberismo che sdogana tutti ritiene, o fa ritenere, che Banca Etruria, CariChieti, CariMarche e altre ancora possono muoversi come la Chase Manhattan Bank e con una serie di moduli confusi, illeggibili (volutamente) ti appioppano una serie di prodotti pericolosi dove il rischio si pappa il lavoro di anni.

Ma in fondo questo non è tempo di lavoro, ma di finanziarizzazione dilagante, malgrado gli sconquassi della crisi, e quindi, come spiega il succitato De Nicola e gli altri guru della finanza, bisogna che gli italiani acquistino un’educazione finanziaria. Insomma, occorre che accanto all’ora di latino, o di matematica, o di storia dell’arte si aggiunga anche l’ora di educazione finanziaria, altrimenti l’Ocse come può fare le sue tabelle?

Insomma, il povero D’Angelo e gli altri 130mila truffati dovrebbero prendere un cattivo voto in educazione finanziaria, anzi non l’hanno proprio coltivata. Chi invece possiede educazione finanziaria è la Banca d’Italia che, però, come un secchione che non passa i compiti, non guarda e non avverte nessuno. E poi c’è la Consob che dorme sempre nei momenti giusti. E c’è ancora il governo che, con il “grande decisionista” leopoldiano al comando, si piega ai dettami dell’Europa, che ha spillato agli italiani soldi per salvare banche tedesche, olandesi e via cantando, ma non può intervenire più (tempo scaduto) per salvare le quattro banche che hanno provocato il cataclisma.

Ma naturalmente ci si può rivolgere alla magistratura, così tra qualche anno, quando sarà morta altra gente, ti darà ragione.

Tutta questa vicenda drammatica mi induce, caro direttore, a fare qualche suggerimento. In primo luogo a considerare con un certo giudizio critico la Banca d’Italia, che ha avuto momenti gloriosi, ma anche momenti claudicanti. Grande scuola, si dice. L’ex governatore Carlo Azeglio Ciampi, tra le altre cose, da presidente del Consiglio tecnico, nell’ultimo giorno del suo mandato, 10 maggio 1994, decise che Infostrada (la telefonia delle FFSS) doveva andare a Carlo De Benedetti e permise che l’ingegnere facesse una plusvalenza, vendendo poi a Mannesmann, di 14mila miliardi di lire circa. Insomma, non proprio una “perla” uscita da un personaggio di Bankitalia da tenere presente. 

C’è un suggerimento da dare a Matteo Renzi. Forse si poteva fare uno sforzo maggiore per salvare le banche in difficoltà e i risparmiatori, piuttosto che programmare i 550 euro per la “cultura” ai diciottenni. Al proposito, Renzi potrebbe seguire due strade: o anticipare l’assegno ai sedicenni per l’educazione finanziaria, oppure dare 250 euro ai diciottenni prima delle elezioni amministrative e poi, in base al risultato, stanziare gli altri 250 o meno.

Ultimo suggerimento a Paolo Mieli e agli autori de La casta, sulla politica italiana. Poiché il Corriere della Sera, nella sua “solida proprietà”, è così ricco di banchieri e realtà finanziarie, perché non scrivere un altro libro sulla “casta” dei banchieri e dei finanzieri, che al Corriere conoscono così bene? Sarebbe un altro colossale successo editoriale.

Noi intanto continueremo a leggere Ricardo, Schumpeter, Keynes e Minsky, sapendo che siamo su una “bomba” di 200 miliardi di debiti incagliati, su centinaia di miliardi di obbligazioni a rischio (c’è chi parla di 600) e su qualche vagone di derivati. Su questo punto, preghiamo e basta. Ci permettiamo di rimpiangere solo banchieri, finanzieri come André Meyer. Di fronte all’ipocrisia di questi giorni, di fronte alle prediche sulla finanza etica, Meyer, l’amico di Cuccia, il patron di Lazard, diceva: “Perché essere solo antipatici, quando è così facile essere odiosi?”. Almeno era una persona sincera.

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