COP 21/ Così la crisi aiuta l’Italia nella lotta ai cambiamenti climatici

- Stefano Bruni

Da Parigi è arrivato finalmente l’accordo alla Conferenza sul clima. STEFANO BRUNI ci ricorda com’è la situazione dell’Italia dal punto di vista dei cambiamenti climatici

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Targhe alterne Palermo (Infophoto)

Dopo la nebbia degli ultimi giorni, il sole sembra tornato a splendere sopra Parigi. La capitale francese, ancora scossa dagli eventi terroristici di qualche settimana fa, “regala” infatti al pianeta un accordo sul clima definito “storico” dal ministro degli Esteri francese, presidente del vertice Onu sul clima Cop 21. Pensata per unire i Paesi del mondo contro la battaglia comune del cosiddetto riscaldamento climatico globale, la Cop 21 è divenuta terreno di confronto (e scontro) su quale fosse il peso delle responsabilità di due economie, quella dei paesi sviluppati e quella dei paesi in via di sviluppo.

Da una parte la Cina che puntava il dito contro le principali economie Ocse, dall’altra gli Usa che, attraverso il Segretario di Stato John Kerry, hanno evidenziato che “l’inquinamento da carbonio, che arrivi da Baltimora, Pechino, Calcutta o dalla California, è comunque inquinamento da carbonio”, alludendo in tal modo a responsabilità che, rispetto al Protocollo di Kyoto del 1997, sono molto cambiate. Un dibattito dunque, anche acceso, che comunque, alla fine, ha prodotto un testo “definitivo” che impone di contenere il riscaldamento climatico ben al di sotto di 2 gradi, limitandolo a 1,5 gradi; di verificare e monitorare ogni cinque anni le azioni e i progressi degli stati firmatari e, infine, che prevede, a partire dal 2020, un sostegno economico (pari a 100 miliardi di dollari) ai paesi in via di sviluppo da parte di quelli industrializzati.

Insomma, il problema sembrerebbe risolto. In molti però rimangono scettici e temono che qualche trattato commerciale successivo possa rendere vani tutti gli sforzi di questi giorni. Dunque, la nebbia non sparisce definitivamente, ma piuttosto si dirada, lasciando sul tavolo dubbi e incertezze.

E così, ancora una volta, l’unico modo per dissipare la nebbia è ricorrere al faro dei numeri. Secondo gli studi dell’Intergovernmental Panel on Climate change (cioè il Comitato Onu sul clima) il pianeta si è scaldato (di poco meno di un grado come media globale) e si sta andando verso un aumento della temperatura media del globo che a fine secolo potrà essere, se non si interviene decisamente, anche di 4-5 gradi centigradi.

Senza entrare nel dettaglio tecnico dei motivi che hanno generato e stanno generando questo cambiamento (per lo più, anche se non per tutti, connesso alle emissioni di CO2), è fondamentale essere consapevoli del fatto che una situazione del genere mette a rischio la capacità di adattamento degli esseri viventi. L’unico vero obiettivo di questo accordo è quindi, e non può essere diversamente, il futuro del pianeta e dei suoi abitanti. E di questa priorità se ne devono fare carico, anche singolarmente, tutti i paesi.

In Italia, per esempio, l’allarme appare piuttosto grave poiché analizzando i dati delle temperature degli ultimi anni emerge che il riscaldamento è più veloce della media del pianeta: il nuovo record raggiunto nel 2014 è stato di +1.45°C rispetto al trentennio 1971-2000. Inoltre, per l’Italia il riscaldamento è una volta e mezzo quello delle media delle terre emerse e il doppio di quello di tutto il Pianeta.

Paradossalmente, l’Italia ha compiuto passi in avanti rispetto alle emissioni antropogeniche dei cosiddetti gas clima alteranti grazie alla crisi economica. Infatti, si conferma, secondo l’ultimo Rapporto sul benessere equo e sostenibile, il trend decrescente di medio periodo delle emissioni sopra richiamate che scendono nel 2012 sotto la soglia di 8 tonnellate di gas CO2 – equivalenti pro capite. Parimenti, deindustrializzazione, crisi del settore delle costruzioni e mutamenti della composizione delle importazioni in favore di prodotti più “a valle” nel ciclo produttivo hanno proseguito a erodere la base materiale dell’economia italiana, diminuendo il potenziale di impatto sull’ambiente naturale nazionale, misurato con il Consumo materiale interno, del quale si è confermata, nel 2013, la tendenza ad una diminuzione (542,5 milioni di tonnellate).

La crisi dunque può essere una occasione per l’Italia. Ed è una occasione anche l’accordo uscito dalla Conferenza di Parigi di questi giorni. E le occasioni, si sa, vanno colte al volo per evitare che divengano rimpianti. E il rimpianto è un grande spreco di energia.

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