ISIS IN ITALIA/ Mons. Pennisi: le armi non bastano, la vera “offensiva” è il dialogo

- Francesco Inguanti, int. Michele Pennisi

Le nostre società occidentali vivono con il timore di nuovi attacchi. Ma un intervento militare “non potrà mai bastare”, dice MICHELE PENNISI, arcivescovo di Monreale

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Immagine di archivio

“Il giudizio radicalmente negativo sulla società occidentale viene argomentato a partire dalla fede”. E’ un elemento su cui riflettere, da usare come punto di partenza. A dirlo è mons. Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale, al termine di una conversazione pubblica su fondamentalismo religioso e convivenza nelle società occidentali, oggi più che mai aggressive e impaurite davanti al fenomeno del terrorismo islamico e dei giovani che rifiutano in modo radicale l’occidente di cui pure sono figli. “Non bisogna confondere un’intera religione con i terroristi e i terroristi con un’intera religione”, dice Pennisi, insistendo su una più che mai necessaria conoscenza reciproca. Un intervento militare? “Non potrà mai bastare”.

A suo avviso è veramente così grave il pericolo Isis in Italia?

Occorre stare attenti a non cadere nella trappola di generalizzazioni che rischiano di trasformare i musulmani d’Europa nel loro insieme in pericolosi sospetti, oggetto di legittimo odio, candidati all’espulsione, così da rinsaldare la nostra identità in quello che si ama presentare come uno scontro di civiltà. C’è chi sostiene che la soluzione sarebbe mandarli via, almeno per placare la tensione delle nostre società e ottenere consensi elettorali.

E invece?

Invece, bisogna evitare una soluzione facile, ma provvisoria e falsa. Dobbiamo tenerne conto anche nella doverosa ricerca e punizione dei colpevoli, che vanno trovati e non creati, senza produrre vittime innocenti che sono capri espiatori anche quando vengono chiamate danni collaterali. 

Sì, ma il tema della sicurezza rimane. Cosa fare, dunque?

Il tema della sicurezza è fondamentale. Le risposte che competono agli Stati sono indispensabili e sono una risorsa in più di cui i terroristi non dispongono, ma questo livello non può assorbire tutti gli altri.

E allora?

Allora prendiamo esempio dalla storia. Tutti i valli costruiti dai romani non sono serviti a difendere una civiltà ricca e corrotta. Il problema, cioè, non è solo quello, dell’islam presente tra noi, ma più correttamente di noi, italiani e cristiani, che non siamo sempre culturalmente e spiritualmente attrezzati per affrontarlo come una impegnativa occasione di confronto e dialogo.

In molti ormai sono convinti della necessità di un intervento miliare. Lei che ne pensa?

Un intervento militare, da solo, non potrà mai bastare di fronte a un fenomeno che durerà decenni. L’Isis è uno “Stato-mafia” che si autofinanzia con il contrabbando di petrolio e di opere d’arte e mediante il traffico di droga. Oltre le azioni di contrasto militare, giudiziario e investigativo e quelle dedicate a togliere le fonti di finanziamento dell’Isis è necessario rafforzare il dialogo con la parte del mondo musulmano che è aperto alla convivenza con le altre religioni e con lo Stato laico e incrementare l’istruzione e l’inclusione sociale.

Ciò non toglie che in Europa c’è paura dell’islam. Che fare? 

In Europa c’è paura del mondo musulmano, perché esiste in Europa ancora poca conoscenza del fenomeno. La realtà islamica è tutt’altro che monolitica. Si tratta piuttosto di un mondo composito, un arcipelago. Occorre interrogarsi per esempio sul contrasto che oppone sunniti e sciiti.

 

Da dove partire, allora?

Bisogna riprendere il dialogo, di cui la Sicilia è stata un esempio. Si tratta di dare una risposta di natura culturale che passa dal dialogo e dalla convinzione che non bisogna confondere un’intera religione con i terroristi e i terroristi con un’intera religione. La vera minaccia non è l’islam, ma l’odio generato dall’ignoranza reciproca. Per questo, come ha suggerito il card. Angelo Scola, l’Unione Europea farebbe bene a promuovere, nelle principali università del mondo arabo, cattedre di studi europei, di relazioni euro-islamiche e anche di cristianesimo, laddove è ancora possibile, come in Giordania. 

 

Ma su cosa può fondarsi questo dialogo, visto che questi due mondi sembrano così lontani?

Bisogna dare visibilità alla condivisione dei valori comuni tra le religioni soprattutto fra le tre religioni monoteistiche. Il dialogo è possibile a partire dalla coscienza della propria identità e dal riconoscimento delle differenze. Occorre saper pensare alla propria identità religiosa non come un tabù ed un ostacolo, ma come una risorsa ed una ricchezza. Infatti, può dialogare chi è padrone di sé, consapevole della propria identità, chi ha conquistato certezze ed ha disponibilità a confrontarle con quelle altrui… In questo senso, si tratta di evitare sia le xenofobie sia gli irenismi acritici e di percorrere la via indicata dal Concilio Vaticano II col dialogo interreligioso, tenendo presente che con l’islam e l’ebraismo il cristianesimo ha un rapporto privilegiato.

 

Rimane il fatto che c’è un groviglio quasi inestricabile tra religioni, fedi e violenze.

Proprio questo intreccio suscita uno degli interrogativi che più mi interpella dopo le stragi di Parigi, in primo luogo in rapporto all’islam e poi, in generale, rispetto a ogni credo, religioso o meno. Sono d’accordo su una cosa: dobbiamo smettere di dire che non c’entrano. Il linguaggio dei jihadisti è intessuto di riferimenti al sacro: alla radice della disponibilità alla morte dei giovani attentatori suicidi, incredibile e inspiegabile ai nostri occhi, c’è questa fede. Da questo linguaggio emerge anche il rifiuto di distinguere il civile e il politico dal religioso: il giudizio radicalmente negativo sulla società occidentale viene argomentato a partire dalla fede.

 

Ma a queste condizioni è difficile capire queste persone. Che ne pensa?

Per le nostre categorie è un discorso quanto meno arcaico, così come è inaccettabile che ci chiamino crociati o che la Francia, il Paese della laicità, sia indicata come quella che porta «la bandiera della croce». Sono parole di un mondo davvero lontano dal nostro, in cui la religione è la base integrante della vita personale, delle dinamiche sociali e dei processi istituzionali, senza alcuna distinzione tra i diversi piani. 

 

Eppure questo discorso fa molta breccia su tanti cuori europei. 

Come questo discorso possa essere attraente e convincente ci risulta semplicemente incomprensibile, poiché è agli antipodi di una visione del mondo che ha fatto della separazione degli ambiti il proprio tratto distintivo, fino a liquefarsi nella frammentazione, ma non senza sofferenze, contraddizioni e tensioni. Bisogna rivedere i presupposti su cui riposano le nostre analisi politiche e geopolitiche, spesso invischiate in un retaggio illuministico e positivista che guarda con sospetto a tutto ciò che ha a che fare con la religione.

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