DOPO COPENHAGEN/ L’orrore del vuoto e il rischio della libertà

- Eugenio Mazzarella

A Copenhagen con l’attacco al Krudttøenden café e poi a una sinagoga, si è replicata La vicenda di Charlie Hebdo a Parigi. L’Europa non può rinunciare all’incontro. EUGENIO MAZZARELLA

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A Copenhagen, su luogo dell'attentato (Infophoto)

A Copenhagen con l’attacco prima a un dibattito al Krudttøenden café su arte e libertà d’espressione, dove era presente un disegnatore inviso all’islam per le sue vignette satiriche, e poi il giorno successivo a una sinagoga, si è replicata, alcune settimane dopo, la vicenda di Charlie Hebdo a Parigi. Ancora due morti; e feriti. Non è chiaro se vi sia un collegamento tra l’attacco al café e l’attacco alla sinagoga. Certo è che scansione temporale e tipologia degli obiettivi ci rendono la stessa scena parigina: prima l’attacco alla satira “blasfema” che ha offeso Maometto, e poi, a distanza ravvicinata, l’azione contro la comunità ebraica. 

E questo nel cuore dell’Europa, a ricordarci — se mai ve ne fosse stato bisogno, come ha scritto Julián Carrón sul Corriere della sera — che lo spazio di libertà, di tolleranza, di incontro tra culture che l’Europa è diventata, dopo il setaccio della storia di approcci purtroppo diversi alla convivenza tra uomini, popoli, fedi e culture che per secoli anche noi europei abbiamo avuto, «non si preserva da sé: può essere minacciato da chi teme la libertà e vuole imporre con la violenza la propria visione delle cose». 

Una minaccia che non si alimenta solo dall’esterno, e a cui si può far fronte, nei limiti del possibile, con un dialogo politico serrato e stringente con i paesi arabi interessati quanto noi a sottrarsi alla minaccia terroristica del fondamentalismo islamico, impegnata a destabilizzarli. Ma che purtroppo trova alimento all’interno stesso dell’Europa: tra immigrati di seconda generazione, istruiti ed educati come cittadini europei, dove l’islam, da opzione di fede che convive liberamente con altre fedi religiose o con una laicità agnostica, si fa cifra identitaria di una scelta religiosa a cui non basta la libertà del suo esercizio, e che non tollera il contraddittorio esistenziale della stessa convivenza di altre fedi, altri costumi, altre pratiche sociali. Terreno fertile per il reclutamento ideologico e politico, disponibile anche al gesto terroristico; alla militanza nella “guerra santa” di “centrali” fondamentaliste politico-militari con ambizioni statuali — di “califfato” — motivate da specifici interessi territoriali, politici, economici, e da tempo attive nei precari equilibri di un islam tradizionalmente scisso tra sciiti e sunniti ed esso stesso alla prova della modernizzazione sociale indotta dalla globalizzazione. 

Una situazione di un’enorme complessità geo-politica, con profonde radici storiche, che sconta oltretutto non pochi errori di approccio da parte europea e occidentale cumulatisi negli anni. E a cui certo serviranno politiche di sicurezza mirate all’interno e all’esterno dei Paesi europei; relazioni cooperative con i Paesi arabi interessati a contrastare il fondamentalismo; e tutto quanto possa servire al contrasto di una minaccia intollerabile. E servirà oltretutto tempo; tempo di maturazione per una società “aperta” quali noi la intendiamo, nelle società islamiche, perché trovino a loro modo una strada verso la modernità necessaria, come principio di melting pot culturale, di cui ha bisogno il mondo della globalizzazione. 

E tuttavia sul punto di non fornire noi alimento dall’interno delle nostre società al fondamentalismo islamico tra i giovani immigrati di seconda generazione, al di là delle specifiche politiche di sicurezza interne ed esterne alla nostra Europa, qualcosa possiamo fare sul terreno della vita quotidiana; sul terreno della quotidiana sfida che si gioca, nella vita di troppi giovani, anche cristiani, contro il vuoto corrosivo degli orizzonti della loro vita che chiede di essere riempito: per restare uno spazio di libertà l’Europa deve saper  ospitare — come ha suggerito Carrón, riprendendo l’invito di Francesco — l’incontro tra le diverse proposte alla domanda di senso di ciascuno di noi, facendo intendere la comune umanità che vi vive e chiede di essere riconosciuta. 

Perché la libertà è stata cercata — da chi nella storia d’Europa l’ha conquistata — per dare un senso alla propria vita, non per sentirsene privati. L’orrore del vuoto è difficile da reggere. Anche nella “società dei liberi”. E può spingere ai più aberranti dei suoi riempimenti esistenziali, facile materiale di ogni falso profeta. Anche di quelli del fondamentalismo religioso, fino al gesto estremo, nel terrorismo, del più abietto consumo senza senso della propria vita,  e di quella degli altri.

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