FECONDAZIONE/ Se avere tre genitori non è un progresso

- Paola Binetti

Il Parlamento britannico ha dato il via libera alla donazione mitocondriale, una tecnica che permette il concepimento di bambini con il Dna di tre persone. PAOLA BINETTI 

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La vera sfida del nostro tempo è quella di integrare i progressi dello sviluppo tecno-scientifico in una visione complessiva di ciò che è umano, senza bloccare i primi e senza snaturare ciò che più profondamente definisce la nostra umanità.

Amare la scienza, considerarla una delle espressioni più alte dell’ingegno umano appartiene alla cultura occidentale fin dagli inizi della sua storia, ma sempre con una precisa condizione: che questa scienza sia al servizio dell’uomo e non voglia servirsi dell’uomo come se fosse al suo servizio. L’uomo, la donna, le loro relazioni più intime, non possono essere considerate come una sorta di laboratorio scientifico accessibile a basso prezzo di costo, disponibile in ampia misura, esposto a mutazioni strutturali pericolose.

Eppure è ciò che sta avvenendo in questi giorni con la sentenza choc che l’Inghilterra ha appena emesso: un bambino potrà avere tre genitori, alterando un modello che la natura ha posto alla base della ecologia umana, per garantire il rispetto della natura dell’uomo e assecondarne le legittime esigenze, anche sotto il profilo della tutela della salute. Ma senza stravolgere l’impianto originario che si tramanda da millenni e che considera indispensabile per l’evento nascita avere due genitori, un padre ed una madre, entrambi necessari e sufficienti. E’ quanto accade da sempre in tutti i tempi e in tutti i luoghi.

Ma il Parlamento inglese ha voluto arrogarsi il discutibile diritto di primogenitura tra tutti i Paesi autorizzando la cosiddetta donazione mitocondriale, una tecnica che prevede la fecondazione in vitro in cui al DNA materno e paterno si aggiunge anche il DNA mitocondriale di una donatrice. La giustificazione di questa tecnica, definita nella stessa Inghilterra aberrante, è che in questo modo si eviterebbe la trasmissione genetica di una serie di patologie mitocondriali. Un obiettivo buono perseguito con mezzi che nulla hanno di buono, perché oltre a porre una serie di questioni etiche che iniziano con la distruzione di molti embrioni, non offre adeguate sicurezze per la salute del neonato.  Il paradosso è che per far nascere un bambino potenzialmente sano si distruggono embrioni, ossia soggetti che hanno molte più probabilità di nascere sani, rispetto ad una sfida a cui scienza e tecnica non sanno garantire risultati sicuri.

E’ la nuova frontiera della tecnica in un contesto scientifico che ha smarrito i suoi riferimenti etici ed antropologici: creare la vita in laboratorio a proprio piacimento, sentendosi padroni di strumenti che esaltano nello scienziato un auto-compiacimento da demiurgo del III millennio. Da anni assistiamo alle sperimentazioni più disparate in questo ambito delicatissimo della vita nascente; sembra che a mano a mano che le cose diventano tecnicamente possibili sono anche eticamente buone e capaci di garantire all’uomo quella felicità a cui da sempre aspira.

Ma tre genitori non sono meglio di due, soprattutto se ciò che una anonima donatrice presta alla madre biologica si trasmetterà alle generazioni future, ipotecandone lo sviluppo con una serie di interrogativi per i quali non abbiamo ancora risposta. Bioeticisti e scienziati sembrano concordare sulla sostanziale ambiguità che la donazione mitocondriale pone al soggetto appena concepito e a tutti i suoi discendenti. E’ un salto nel buio che il bambino dovrà fare da solo, mentre intorno a lui si affolleranno tanti scienziati diversi, curiosi e attenti osservatori di un vero e proprio “fenomeno umano”. Un bambino in vetrina, nel migliore dei casi, perché qualsiasi cosa gli accadrà diventerà ipso facto oggetto di nuovi studi e nuove sperimentazioni, nella speranza che non si ripresenti una caso analogo a quello della pecora Dolly, tanto esaltato a suo tempo, quanto mai più ripetuto per le gravissime conseguenze a cui la pecora andò incontro… Ma un bambino non è una pecora! Gli animalisti insorgerebbero convintamente contro una sperimentazione selvaggia sugli animali, per cui a maggior diritto abbiamo il dovere di esprimere tutto il nostro dissenso, per tutelare ogni bambino in se stesso, sottraendo lui e le generazioni future che da lui potrebbero prendere vita, dagli effetti di esperimenti puramente strumentalizzanti.

Ma il no alla donazione mitocondriale vuole essere anche un si convinto alla attività di ricerca sulle patologie neuromuscolari, sulla distrofia muscolare in tutte le sue forme: è lì che attendiamo scienza e tecnica in un impegno convinto di cura e di riabilitazione, con tutti gli investimenti necessari a debellare una malattia così profondamente invalidante.

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