GIOCARE AL GENDER?/ Cara maestra, giù le mani da mia figlia…

- Marcella Manghi

La regione Friuli Venezia Giulia ha approvato un progetto che riguarda i bambini delle scuole di infanzia: lezioni a maschi e femmine improntate alla gender theory. MARCELLA MANGHI

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Immagini di repertorio (Infophoto)
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Uno dei vantaggi collaterali dell’avere più figli è quello di poter sperimentare nel tempo gli strepitosi passi del nostro sistema scolastico. Asili compresi. Ahimè: rispetto a dieci anni fa, oggi, all’ultimo figlio di turno alla materna, rimpiango le buone, vecchie scuole dell’infanzia, a cui io col cuore resto ancora attaccata come un quattr-enne alla gonna della mamma il lunedì mattina. 

Ebbene sì, rivoglio gli  asili — fossero anche “asili-parcheggio” — dai quali si ripescavano i figli dopo sei ore con il grembiule zeppo di castagne secche, una pila di fogliacci scarabocchiati che cascavano da tutte le parti e, nel peggiore dei casi, uno zigomo ammaccato o un pugno di lendini. Oggi, per noi genitori sono iniziati i grattacapi. I piccoli rampolli se ne tornano a casa pieni di grilli per la testa, altro che pidocchi. 

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Tutto ha avuto inizio nelle scuole dell’infanzia del Friuli Venezia Giulia, dove è da poco partito in 45 classi il progetto ludico-educativo “Pari o dispari, il gioco del rispetto”: un piano — ad adesione facoltativa — che mira a far superare gli stereotipi di genere. Per istradare i piccoli già verso le pari opportunità e il concetto di uguaglianza, sono state pensate una serie di attività a misura di gioco consono alla loro età, con tanto di kit pronto all’uso degli educatori.
Alle dieci, quando i piccoli sono ancora concentrati, si comincia con il disegno: l’invito è a rappresentare mamma e papà con ruoli diversi da quelli in cui i figli sono normalmente abituati a vederli. Ecco quindi, se va bene, cosa dovrò aspettarmi: un bel quadro con su l’orologione appeso al muro che segna le 21, il papà steso sul divano a sfogliare Marie-Claire, e la sottoscritta in bilico sulla scala pieghevole che sbrugola, strapana, scacciavita come una dannata nel tentativo di fissare la mensola per le conserve giù in cantina. Altro che pari opportunità. Ecco il modo peggiore di far venire ai figli strani pensieri! 

Poi, per dar modo di digerire la pastina al pomodoro prima del sonnellino pomeridiano, si da spazio al gioco dei travestimenti: le femmine provano le armature da cavaliere, i maschi i gonnelloni della cortigiana. E poiché l’erba del compagno è sempre più verde, dopo aver speso quarantotto euro per comperare a mia figlia il completo della principessa Sissi, adesso finirò con lo spenderne altrettanti per dotarla anche del costume del Cavaliere oscuro, che indosserà — scommetto — una sola volta. Volta che comunque basterà perché il travestimento sia rubato dal fratello maggiore e a me tocchi compensare il furto con la mantella nuova di Raperonzolo, e così via…

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Per finire la giornata scolastica, e far guadagnare ai piccoli un bel tocco di pane e Nutella a merenda, le maestre danno il via all’attività sportiva; alla fine della quale si invitano i compagni di corsa a toccarsi l’un con l’altra per capire come in fondo siano tutti uguali: tutti con il cuore che pompa, il fiato che manca…, aspetta aspetta… ehi a qualcuna qui sotto non manca solo il fiato!…  Ora, ditemi se per capire che a sgambinare per sei giri di campo ci si stanca tutti, occorre tastare il compagno alla stregua di San Tommaso. Anche questo a mio avviso è un po’ fuorviante: io voglio sperare che — se la sera mi capita di urlare: “Ragazzi, sono staancaa!” — mio figlio mi creda subito sulla parola, senza dover mettermi a far con lui il gioco del dottore. 

Venendo agli intenti degli ideatori del progetto: il cavallo di battaglia che lo guida — insegnare il rispetto per l’altro, indipendentemente dal genere — pare solo un gran cavallo di Troia per fa passare sottobanco l’ideologia gender. La verità è che i nostri figli — seppur con pari dignità — sono tutti diversi. Mia figlia ha un corpo, una storia, una famiglia ben distinta da quella di Leo il turbolento, Miriam la musulmana, Giovanna l’orfana di padre. Per costruire stima e rispetto non servono kit preconfezionati da appiccicare assieme con una po’ di colla politically correct; l’emergenza educativa si affronta con l’iniziare ad affermare con decisione la propria identità. Speriamo allora che le maestre — anziché sbianchettare differenze di sorta — tornino a sottolineare, come si faceva una volta a matita rossa, ciò che veramente conta: le diversità sessuali, religiose e sociali. 

Buon rientro a casa per tutti. 

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