ELTON JOHN vs DOLCE E GABBANA/ Che fine ha fatto Charlie Hebdo?

- Paolo Vites

Nella guerra mediatica tra Dolce & Gabbana ed Elton John le vere vittime sono i bambini. Perché l’opinione pubblica non reagisce come nel caso di Charlie Hebdo? PAOLO VITES

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Immagine di archivio
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Le guerre (di parole, naturalmente) tra ricchi lasciano sempre il tempo che trovano. Quando parla una persona di successo, un miliardario, il mondo si ferma. D’altro canto sono loro che dettano i tempi della vita di tutti noi che fatichiamo timbrando il cartellino in fabbrica, in ufficio, a scuola. Le loro vite glamour, l’apparente incanto delle loro esistenze affascina e conquista. In una parola, vorremmo essere come loro. Soprattutto in quest’epoca di reality show che non hanno nulla di reale, televisioni e social network ci attirano a cercare le loro sentenze, perché di fatto si cerca sempre qualcuno che ci indichi la via quasi fossero dei filosofi, dei maestri del pensiero, dei grandi intellettuali. Probabilmente succede anche perché queste tre categorie oggigiorno sono quasi del tutto sparite. 

Così adesso assistiamo alla guerra a colpi di tweet fra i due stilisti Dolce e Gabbana ed Elton John, supportato quest’ultimo da una schiera di stelline della musica e del mondo dello spettacolo. Parole pesanti che terminano con una minaccia odiosa, anche abbastanza vigliacca: boicottaggio.

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E’ successo, come sanno tutti, che Dolce e Gabbana in una intervista per la rivista Panorama da omosessuali dichiarati come sono hanno detto di considerare la famiglia tradizionale, quella composta da un padre, da una madre e da un figlio nato dal ventre di quella madre, l’unica per loro accettabile. Così siamo cresciuti e così pensiamo debba essere. Si nasce da un padre e da una madre, dicono: “O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Procreare deve essere un atto d’amore, oggi neanche gli psichiatri sono pronti ad affrontare gli effetti di queste sperimentazioni”, hanno detto. 

E’ Domenico Dolce in particolare a esprimere questo punto di vista, aggiungendo un particolare molto importante: “Credo che non si possa avere tutto dalla vita, se non c’è vuol dire che non ci deve essere. È anche bello privarsi di qualcosa. La vita ha un suo percorso naturale, ci sono cose che non vanno modificate. E una di queste è la famiglia”.

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Elton John, il noto cantante inglese, omosessuale e con due figli ottenuti con fecondazione surrogata, saputo di queste parole ha lanciato un tweet imbufalito: “Come vi permettete di dire che i miei meravigliosi figli sono ‘sintetici’?”. Aggiungendo che D&G devono “vergognarsi per aver puntato i loro ditini contro la fecondazione in vitro, un miracolo che ha consentito a legioni di persone che si amano, etero ed omosessuali, di realizzare il loro sogno di avere figli. Il vostro pensiero arcaico è fuori tempo: proprio come le vostre creazioni di moda”. Ed è partita la la fatwa: “Non indosserò mai più nulla di Dolce e Gabbana”. E il cantante ha lanciato anche una campagna con un hashtag #BoycottDolceGabbana. 

Immediato il coro di sostenitori. Tutti “maestri del pensiero” (e soprattutto vip di successo del mondo dello spettacolo) del calibro di Ricky Martin o Courtney Love, la quale si è spinta a dire che brucerà tutti i capi di Dolce e Gabbana che possiede. Insomma, problemi da ricchi, visto il costo di quei capi. Onestamente, chi scrive non si pone il problema di un paio di mutandine griffate D&G in meno vendute o bruciate, chi scrive fa la spesa all’Oviesse e compra quello che costa meno, come tanti milioni di altre persone. 

Elton John dal canto suo è sempre stato un tipo permalosetto, non per niente si era auto definito in una sua celebre canzone “the bitch” (The bitch is back) e cosa significhi il termine lo trovate facilmente su Google translator.

Chi scrive non vuole addentrarsi neanche in discorsi antropologici, anche se sfida a trovare uno psichiatra di sinistra, destra, centro, di sopra o di sotto, cattolico o ateo che non dica che un bambino per crescere in condizioni ottimali non abbia bisogno di una figura paterna e di quella materna. Siamo certi che i figli di Elton John e Ricky Martin crescono comunque benissimo: con la vita che fanno, tra concerti e party, passano più tempo con le dozzine di tate che con loro, dunque la figura materna c’è anche in quei casi (o quasi).

Ma Dolce e Gabbana, oltre a dare fastidio perché quello che hanno detto rompe il fronte unitario dei gay sull’argomento e insinua ai gay stessi qualche dubbio, hanno anche toccato un altro punto sensibile, quello delle maternità surrogate. Anche qui non vogliamo addentrarci in territori non nostri, anche se la recente approvazione da parte del Parlamento inglese di una legge che permette la fecondazione da parte di tre genitori in modo da evitare il più possibile casi di malattia nei nascituri, ricorda tanto le leggi e gli esperimenti nazisti nel tentativo di creare una razza perfetta.

A noi interessa dire qualcosa su quella che qualcuno una volta definì “dittatura del desiderio”: voglio un figlio, mi è dovuto anche se non posso e lo avrò a qualunque costo. Tranne poi rimanerci un po’ male quando succede, come è successo, che le provette vengano scambiate e non si capisce più chi è il genitore biologico. Ma sono errori di percorso, si dice. Chi li paga? I bambini ovviamente.

Quella in atto è una guerra fra ricchi, ma le vittime sono i bambini, che non possono dire la loro. Domenico Dolce ha detto che nella vita non si può avere tutto, “se non c’è vuol dire che non ci deve essere. È anche bello privarsi di qualcosa”. Una bestemmia per la mentalità di oggi. 

Lo ha detto uno che è interno al mainstream dominante esattamente come Elton John o la moglie di David Beckham, la ex Spice Girl Victoria Adams. Probabilmente è questo che dà più fastidio: andare contro il pensiero unico dominante. Un po’ come quando negli anni 70 se non eri di sinistra eri automaticamente un fascista.

Dove sono finiti tutti quei bei tweet del tipo “io sono Charlie Hebdo?”. Se il Charlie di turno dice qualcosa che ti offende, te e la tua visione della vita e del mondo, allora puoi andare all’inferno e ti brucio anche le mutandine. L’altro non è più Charlie. Perché quando c’è da mettersi in discussione è più facile usare etichette come “lobby gay” o “omofobia” (per citare i due estremi). Polarizzare così il discorso serva a qualcosa di diverso dall’incitare alla violenza? Di fatto oggi come ieri chi la pensa diversamente da me è sempre un nemico. E allora andiamo di boicottaggio, che in un caso come questo appare solo una ripicca da gente piena di soldi. 

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