STRAGE DI MILANO/ Non permettiamo a Giardiello (e a Lubitz) di farci sospettare dell’uomo

- Mauro Leonardi

La tragedia di Germanwings e quella del tribunale di Milano hanno molte cose diverse, ma c’è anche qualcosa che non cambia. E sarebbe un guaio se non fosse così. MAURO LEONARDI

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Claudio Giardiello (Immagine dal web)

La tragedia di Germanwings e quella del tribunale di Milano hanno molte cose diverse: il numero delle vittime, le circostanze, i paesi, i protagonisti. Ma c’è qualcosa che non cambia. Nonostante tutto quello che potremo analizzare, controllare, scandagliare, qualcosa non cambia. C’è qualcosa che rimane non analizzabile e non prevedibile. Si chiama fattore umano. È un elemento che ha un nome e un cognome e non una sigla di laboratorio. Sono due nomi, sono due persone. Sono Claudio Giardiello e Andreas Lubitz.

I media stanno facendo con Claudio Giardiello quello che hanno fatto per Andreas Lubitz. Ed è giusto. E tutti assieme dovremo fare in modo che la società del controllo, della sicurezza, della diagnosi precoce, della chirurgia preventiva, vinca. Che vinca la nostra società che vogliamo tranquilla e sicura. 

Però non dimentichiamoci che la nostra è una società “umana”, cioè fatta di uomini, di persone. Se prendo un libro di etologia scopro come si comporta un animale perché paragono il suo comportamento a quello degli altri esemplari della stessa specie. Sugli uomini è possibile fare studi del genere? Un po’ sì e un po’ no. Perché un bambino non è un cucciolo di uomo allo stesso modo di come lo è un lupacchiotto rispetto al lupo. Tutti noi conosciamo persone completamente diverse che sono nate dagli stessi genitori, e hanno la stessa educazione, lo stesso ambiente e vengono delle stesse scuole. Però il risultato cambia. Sono due persone diverse. Simili ma diverse. Molti uomini entrano in una cabina di aereo o in un tribunale. Però — per fortuna — solo uno picchia verso il basso e solo uno dice “avrei ancora ucciso e poi mi sarei suicidato”. 

Non ci sono equazioni che possano proteggerci dal “pericolo” umano. Se si rimane chiusi nella pretesa che la nostra sia una società tranquilla e sicura, il nostro futuro saranno la paura, l’ansia di sicurezza e il controllo. Con il rischio — reale — che vengano rosicchiati spazi non marginali di libertà e di “umano”. Forse per questo il Papa non molti giorni fa — erano i primi di marzo e la rivista era la Carcova di Buenos Aires — ai ragazzi che volevano sapere se ha paura degli attentati di cui i fanatici lo vogliono fare oggetto, ha risposto: “Guarda, la vita è nelle mani di Dio. Ho detto al Signore: Tu prenditi cura di me. Ma se la tua volontà è che io muoia o che mi facciano qualcosa, ti chiedo solo un favore: che non mi faccia male. Perché io sono molto fifone per il dolore fisico”. 

Proteggiamoci, ma non permettiamo a Giardiello e a Lubitz di farci sospettare dell’uomo, del fattore umano. L’imponderabile uso che possiamo fare della nostra libertà, non deve metterci paura e far pendere la bilancia verso il versante pericoloso della nostra specificità: essere uomini. Il fattore umano è instabile ma l’uomo non è una mina innescata che aspetta solo la pressione giusta per esplodere. È una bellissima confusione di equilibri precari tra carne, anima, pensiero, volontà, sogno, speranza, intimità, e ogni sfumatura possibile del nostro essere e del nostro vissuto. Ho amici preti che hanno paura di sorridere in treno a bambini che si avvicinano loro perché non vogliono passare per pedofili, e questo non va bene. Non dobbiamo proteggerci gli uni dagli altri. Non è umano. Siamo fatti per amare. Per guardarci con stupore, non con paura. Anche se oggi il dolore rende pesanti queste mie parole.

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