CARCERI/ Studio, torrone e biciclette, il dono di riscoprirsi uomini

- Alessandra Buzzetti

Un convegno per ridefinire il ruolo delle Cooperative sociali nel recupero dei detenuti attraverso il lavoro retribuito. La possibilità di uno sguardo umano nuovo. ALESSANDRA BUZZETTI

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Immagini di repertorio (Infophoto)

Interlocutori privilegiati negli “Stati generali della pena” e attori indispensabili per realizzare un progetto ambizioso: incentivare il lavoro dei detenuti nelle carceri per renderlo un sostegno attivo in tempi di crisi economica.

Lo promette il ministro della Giustizia Orlando alla rete di cooperative sociali e associazioni di volontariato impegnate da anni nelle carceri italiane, in occasione del Convegno “Per rieducare un carcerato ci vuole un villaggio”,  svoltosi a Roma e promosso da Alleanza delle Cooperative Italiane, Compagnia delle Opere e Associazione Enti nazionali di Formazione professionale.  

Un dialogo che guarda all’annunciata riforma del sistema penitenziario a partire dalle tante esperienze positive sussidiarie già in atto, che dimostrano – dati alla mano – la centralità del lavoro, della formazione e della solidarietà nel percorso di rieducazione dei detenuti così da abbattere l’alta percentuale di recidiva e produrre un vantaggio, anche economico, per lo Stato e la collettività.

“Il sistema carcerario italiano costa tre miliardi all’anno eppure ha i tassi di recidiva più alti d’Europa: significa che le politiche che concepiscono il carcere come unica o principale sanzione sono fallimentari” dice il Guardasigilli, aggiungendo che, ora che si è risolta l’emergenza sovraffollamento (53mila detenuti a fronte di una capienza carceraria di 47mila posti) si può pensare di lavorare insieme a un progetto più ampio che preveda un messaggio all’esterno comune perché il tema della riforma carceraria scatena inevitabilmente populismo e demagogia.

“Ministro, la prendiamo in parola rispetto agli impegni che ci ha annunciato” conclude Giuseppe Guerini, portavoce dell’Alleanza delle Cooperative italiane, che sottolinea il fondamentale contributo che possono fornire le cooperative sociali e le associazioni di volontariato col loro bagaglio di fatti, esperimenti e risultati ottenuti grazie a una seria formazione professionale e alla creazione di posti di lavoro regolarmente retribuiti.  

“Il carcere o ti cambia in meglio o ti cambia in peggio” racconta un detenuto nel breve video di apertura di testimonianze raccolte nelle case circondariali di Siracusa e di Padova tra i pochi carcerati (parliamo del 2-3%) che in Italia hanno la fortuna di essere assunti da una cooperativa sociale, diventando così lavoratori dipendenti  a tutti gli effetti. 

In sala annuiscono con decisione Raffaele ed Edmondo. Sono i volti che raccontano come dietro ai panettoni, ai torroni e ai vini di qualità come delle biciclette e dei gioielli prodotti in carcere ci siano tante storie di uomini per cui, grazie al lavoro e alla fiducia di chi glielo ha permesso, il carcere non è stato il capolinea.

“Per me essere qui è un miracolo” esordisce Edmondo, ancora stupito nel ricordare come la detenzione è stata per lui, paradossalmente, l’esperienza di un riscatto, la possibilità di ricreare legami affettivi autentici grazie all’incontro con gli amici della Cooperativa sociale Homo Faber presente nella Casa circondariale Bassone di Como.

“Volevo farla finita – dice Edmondo –, quando ho incontrato una persona che mi ha guardato da uomo e così mi sono accorto che un cambiamento era possibile”.

Da Como a Roma, dove Raffaele ha imparato a fare il cuoco nel carcere di Rebibbia, grazie alla Cooperativa sociale Man at work, che fornisce servizi di ristorazione. Se Edmondo, scontata la pena, è stato addirittura accolto in casa dagli operatori conosciuti dietro alle sbarre, per Raffaele fondamentale è stato l’accompagnamento nella ricerca di un lavoro una volta uscito fuori. 

Perché “il villaggio” evocato da Papa Francesco nell’incontro col mondo della scuola, necessario per educare e, in questo caso, rieducare va costruito anche oltre le sbarre e per farlo non basta la legge scritta nei codici.

Lo sa bene don Claudio Burgio, cappellano dell’istituto penale minorile Beccaria di Milano e fondatore dell’Associazione Kayros, che gestisce alcune comunità di accoglienza per minori e servizi educativi per l’adolescenza. “I miei ragazzi sono ragazzi che entrano in carcere bulli ed escono piangendo” racconta don Claudio, che sottolinea più di una criticità di un sistema che non è in grado di garantire continuità formativa ai giovani in generale e, tanto meno, a quelli a rischio devianza. 

A rispondere sul piano istituzionale, oltre al ministro della Giustizia, sono Luigi Bobba, sottosegretario al ministero del Lavoro – che propone una maggiore cooperazione tra i ministeri competenti e un tavolo di lavoro allargato agli operatori impegnati nelle carceri – e Gabriele Toccafondi, sottosegretario al ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. 

“La sfida per noi è dare dignità alla scuola in carcere, convincere presidi e amministratori che  la proposta formativa deve essere seria pur tenendo conto delle condizioni non semplici – spiega Toccafondi, portando un esempio virtuoso. “Sono stato nel carcere di Rebibbia per la laurea di tre detenuti. Uno era un ergastolano che aveva deciso di studiare e di laurearsi perché, nonostante il “fine pena mai”, rimaneva sempre un uomo. Questo significa rieducare mettendo al centro la persona”.

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