BLACK BLOC A MILANO/ La tragica sceneggiata delle code di paglia

- Aldo Brandirali

Guerriglia urbana ieri a Milano: 150 black bloc, staccatisi dalla manifestazione No Expo, hanno devastato e incendiato le strade. Conquistando la scena dell’Expo. ALDO BRANDIRALI

protesta_scontri_romaR439
Infophoto

La festa dei lavoratori, l’inaugurazione dell’Expo, la manifestazione no-Expo, abbiamo molte ragioni per parlare di questo 1° maggio. Ma poi tutto esce dal piano della ragione per diventare: “i black bloc devastano Milano” (Corriere della Sera), “Milano in mano ai black bloc” (Il Giornale), “Tute nere devastano il centro di Milano” (la Repubblica). Così i diversi organi di stampa e le televisioni, ognuna per i suoi diversi interessi, hanno gonfiato a dismisura la portata degli incidenti. Scontri limitati nel tempo e nello spazio ben meno gravi di quelli di un mese fa a Francoforte sono stati descritti come apocalittici. Questa gonfiatura mediatica non sminuisce però la gravita di ciò che è accaduto: una piccola minoranza ha potuto porsi al centro dell’attenzione danneggiando per centinaia di milioni di euro la città.  

La dichiarazione del capo della polizia di ieri era “pronti al dialogo, sempre, ma siamo attrezzati per fermare i violenti”. Erano stati fatti arresti preventivi, ma i magistrati hanno rimesso in libertà chi era stato oggetto dei provvedimenti per mancanza del fatto violento. Solo tre tedeschi espulsi.

La sentenza della Corte europea sui fatti di Genova ha innestato una nuova preoccupazione: le forze dell’ordine sono accusabili di tortura, e a tal fine è stata subito fatta una legge ad hoc.

Naturalmente la Corte europea non ha detto una parola sulle forme di lotta degli antagonisti di Genova, e nessuno più parla degli agenti feriti e delle violenze che allora dovettero subire per rendere possibile un incontro delle nazioni. 

14 anni dopo, tutto si ripete. Ieri, a Milano, circa 500 antagonisti hanno indossato caschi e passamontagna e hanno preteso che questo sia compreso nel diritto di manifestare (dopo aver oscurato le telecamere nelle strade). Antagonisti vuol dire che sono contro ogni opera pubblica, l’alta velocità, le vie d’acqua progettate per l’Expo, l’Expo stessa, considerata sottomessa alle multinazionali dell’alimentazione. Essere antagonisti vuol dire che le sedi si occupano, che se ne pretende l’assegnazione da parte del Comune di Milano per “l’alta funzione sociale svolta”. Antagonisti vuol dire che manifestare è un diritto sino a verniciare i muri, spaccare le vetrine, colpire banche e sedi di multinazionali o agenzie del lavoro. Questo è successo per tutto il pomeriggio a Milano. I gruppi più violenti hanno poi incendiato auto e uffici, sfidato la polizia con mazze e coltelli, con qualche incertezza ma senza ripudiare le violenze. 

Poi ci sono i black bloc, 150 militanti internazionali, professionisti della guerriglia urbana. Si distinguono dagli antagonisti perché si mascherano anche nel vestiario, si mettono tute nere che poi si tolgono dopo gli scontri per non farsi riconoscere (in una piazza ne hanno trovate un centinaio abbandonate). Questi sono anarchici insurrezionali, sono in guerra con tutti i livelli del potere perché convinti che il male è nel potere. 

Non pensano che la loro forma di lotta è un grande potere. Infatti hanno conquistato la scena a Milano. Hanno offuscato l’Expo e ottenuto che tutti i giornali aprissero con i titoli che ho citato all’inizio. Mi pare che l’effetto comunicazione sia lo stesso di quello che ottiene il califfato islamico con le sue azioni efferate.

Cosa volete che interessi a costoro l’impegno a garantire il diritto al cibo per tutti gli esseri umani. La Carta di Milano, l’invito rivolto da Papa Francesco in apertura dell’Expo a tener presenti “i volti di milioni di persone che oggi hanno fame, che oggi non mangeranno in modo degno di un essere umano”, ovvero l’invito a lasciarsi colpire e commuovere. Questi uomini in nero amano solo il potere della guerra, vogliono che salti in aria ogni quiete sociale. Per loro il mondo va rovesciato, perché solo dallo sfascio viene lo spazio per cambiare la logica dei diritti umani, che secondo loro devono essere incentrati sul vivere secondo natura, senza regole. La storia non ha insegnato loro niente, non hanno imparato che distruggere non porta con sé la nuova costruzione, che per cambiare bisogna costruire e amare. Le rivoluzioni sono sempre state disastrose. La rivoluzione è nella persona, nel saper andare contro la mentalità corrente, per affermare la vita vera e le buone prassi nella vita e nel fare insieme.

Ma a noi interessa come prevenire e impedire lo svolgersi di questa logica. Ne avremo ancora nei prossimi giorni, i 150 ritornati in abiti normali hanno tute nere di ricambio, agiranno ancora. 

La prima questione è l’ospitalità che ricevono a Milano. Nella città ci sono 23 centri sociali occupati dagli antagonisti, che sono particolarmente liberi da anni grazie a una logica permissiva. Rafforzatasi con la Giunta Pisapia. Basta vedere la delibera che dovrebbe dare la sede al Leoncavallo a spese di beni comunali. Bisogna dire con forza che i black bloc devono essere isolati dagli antagonisti, altrimenti non ha senso dire che hanno diritto a manifestare.

Poi ci sono i magistrati: la prevenzione della violenza è prevista dalla legge, si possono applicare le leggi antiterrorismo nei confronti dei black bloc, perché di questo si tratta. E in ogni caso bisogna punire l’uso del volto coperto; la tuta nera e i caschi sono una palese dichiarazione di voler commettere atti illegali.

Poi i movimenti, dai sindacati alle associazioni ecologiste eccetera. A costoro si deve chiedere di pronunciarsi apertamente contro certe forme di lotta. Per lo meno con la stessa veemenza con cui hanno utilizzato la sentenza della Corte europea sui fatti di Genova.  

Ancora, certi giornalisti: perché da una parte gonfiano ad arte le notizie e fino a ieri hanno messo in sordina le violenze del passato facendo credere, come la Corte europea di Strasburgo, che i violenti in Italia sono i poliziotti? A che gioco stanno giocando?

Infine i metodi utilizzati dalle forze dell’ordine: si chiarisca il mandato, perché dire che si è pronti al dialogo non è compito delle forze dell’ordine, semmai dialogano le autorità. Che devono dare alle forze dell’ordine un mandato chiaro.

Ecco il compito della politica. Nel denunciare le torture e le azioni sbagliate degli agenti, deve assolutamente generare il consenso e l’unità delle forze dell’ordine, che devono anche essere meglio retribuite. Ma forse qui c’è il problema più grosso: la politica è debole, la democrazia è egemonizzata dalla sinistra che non ha ancora una visione di cos’è la responsabilità nel difendere lo Stato. Ci ritroviamo così senza un’area politica alternativa alla sinistra e senza una solida classe dirigente come si riscontra nell’Europa più consapevole. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori