IL CASO/ Loris Stival, 8 anni, ucciso senza un perché, ma”premiato” dalla tv

- Giuseppe Di Fazio

Santa Croce Camerina è il paese in cui è stato ucciso Loris Stival. Ma c’è un effetto perverso della tv sui protagonisti della storia di cui poco ci si è occupati. GIUSEPPE DI FAZIO

lorisstival_veronicapanarelloR439
Veronica Panarello

“Voi giornalisti avete invaso il nostro piccolo paese, lo avete dipinto come omertoso, avete violato la nostra intimità, non avete avuto rispetto del nostro dolore e, poi, quando non vi servivamo più avete smontato le vostre antenne e riposto in borsa i vostri registratori abbandonandoci al nostro destino”. 

Nell’aula universitaria si fa improvvisamente silenzio. Il dibattito fra un giornalista e un centinaio di studenti sulla cronaca nera spesso ridotta a reality show cambia verso, esce dal fumo dell’astrazione e si approssima alla realtà. Nelle parole di Sonia, studentessa universitaria di Santa Croce Camerina, c’è amarezza più che rabbia. E tanta voglia di stare ai fatti, di guardare  e raccontare la realtà per ciò che essa è.

Sonia s’è ritrovata, suo malgrado, nel tritacarne mediatico del caso Loris. “Non si poteva andare al municipio o in chiesa senza incrociare una telecamera o un giornalista che tentava di spillarti un particolare”. E dire che lei qualcosa l’avrebbe potuto raccontare: un suo cuginetto era compagno di classe di Loris, sua zia incontrava ogni mattina Veronica Panarello a scuola e quante volte avranno scambiato discorsi. Ma quell’assedio mediatico Sonia non l’ha proprio digerito.

A Santa Croce Camerina s’era rifugiato per qualche tempo, alla fine degli anni Cinquanta, Salvatore Gallo, il “morto vivo di Avola” protagonista di un caso di cronaca giudiziaria che appassionò l’Italia. Da allora il paese non aveva avuto grande attenzione dalla stampa per fatti di cronaca nera. Il comune di Santa Croce è entrato, invece, nell’immaginario collettivo di mezzo mondo grazie al Commissario Montalbano. Puntasecca col suo mare increspato e quel ristorantino lambito dalle onde sono diventati l’oggetto del desiderio di tanti turisti. “E’ bello il nostro territorio — racconta Sonia — non solo per il mare, ma anche per la campagna e per la gente. Ma ora se ne parla solo per la tragedia di una madre che avrebbe ucciso il suo figlioletto”.

L’attenzione dei media per troppo tempo è stata catturata dalla individuazione della figura del mostro. E quando le indagini hanno portato all’arresto della madre, tutto l’accanimento è stato posto nella ricostruzione dei “retroscena”: i rapporti di Veronica col marito camionista, con i suoi familiari, con la sua storia dell’infanzia. Tante domande sul “come” è potuta accadere la tragedia, per eludere la domanda sul “cosa” è accaduto e sul perché di una morte in tenera età. Il piccolo Loris è caduto nel dimenticatoio per alcune settimane fino al suo funerale, trascurato dai media e dalla pietà umana.

Ma c’è un effetto perverso della tv sui protagonisti della storia di cui poco ci si è occupati. Il cuginetto di Sonia, dicevamo, era compagno di classe di Loris. La studentessa accetta di parlarne e dal suo racconto emerge un dato che fa riflettere. “Un giorno — racconta Sonia — mentre guardavamo la tv con il mio cuginetto, abbiamo incrociato le immagini di Santa Croce. Si parlava, evidentemente, della tragedia del piccolo Loris e sul video è apparsa in primo piano una foto del bambino. Il mio cuginetto dapprima fa finta di niente, poi dice sottovoce: «Almeno lui ce l’ha fatta»”. 

“Scusi, Loris ce l’ha fatta a realizzare cosa?”, chiedo. “Secondo il mio cuginetto, Loris ce l’aveva fatta ad andare in tv”. Un bambino di 8 anni, innocente, educato bene, subisce già nel suo universo simbolico l’effetto tv. L’importante è apparire, ciò che conta è arrivare a contare qualcosa. E questo come si documenta? Attraverso il fatto che la tv parli di te.

La riflessione si allarga, alcuni restano senza parole. Decidiamo che ci reincontreremo per approfondire la questione.

Nell’aula dello storico monastero dei Benedettini a Catania ci sono di nuovo un centinaio di studenti. La discussione riparte dal caso di Santa Croce Camerina. La madre di Loris, nel frattempo, è stata trasferita al carcere di Agrigento. Alcune cronache ne hanno fatto già un “mostro” perché non è ipotizzabile che una madre possa ammazzare il proprio figlio. Angelo, studente di primo anno con un futuro da musicista, chiama in ballo la “realtà che comanda su tutto”: sulle nostre interpretazioni, sui pregiudizi, sulle sensazioni. E invita i compagni a non dividere il mondo in buoni e cattivi, in “mostri” e “umani”: “quel delitto — dice — è banalmente umano”. “Già — interviene Elisa che studia filosofia — è proprio quello che scrive Hannah Arendt sulla banalità del male”. “No — insorgono alcuni — noi non siamo come loro”. 

Decidiamo di ascoltare insieme alcune canzoni sul tema. Prospero, matricola di lettere, si offre di suonare e cantare “Auschwitz” di Francesco Guccini. Cosa c’entri la canzone con il caso Loris si capisce presto. “Io chiedo — ascoltiamo nella canzone di Guccini — come può un uomo uccidere un suo fratello. (…) Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare…”. Angelo propone di rispondere con i versi di un’altra canzone, “La nuova Auschwitz” di Claudio Chieffo. Parola accordata. “Ora siamo tornati ad Auschwitz/ dove ci è stato fatto tanto male,/ e noi tutti lo possiamo fare./ Non è difficile essere come loro”.

Sonia riprende la parola e racconta di sua zia. “Una volta che si parlava della mamma di Loris, a mia zia scappò questa frase: come è stato possibile? Quella donna la conoscevo, ci vedevamo ogni mattina a scuola per via dei nostri figli. Ho pensato: ma allora potrebbe succedere pure a me in un momento in cui perdo la pazienza…”. Sonia si ferma un attimo, e poi riprende: “Criticavo mia zia per quelle parole, non le potevo accettare. Ma riflettendoci non possiamo puntare il dito contro nessuno, dovremmo invece capire cosa c’è dietro il male e cercare di starne lontani”.

 Un’altra studentessa, di cui non ho appuntato il nome, tira in ballo un articolo di Domenico Quirico scritto subito dopo la liberazione dal rapimento in Libia. La invito a leggerne un brano. Eccolo, riportato testualmente: “Quei due ragazzi [miliziani di Gheddafi, che hanno fatto scappare il giornalista nonostante egli fosse un loro nemico, ndr] mi hanno insegnato praticando negli atti la carità che è la vera, unica forma che assume il divino nel mondo, che non ci sono qui buoni e cattivi divisi da una linea da un fronte da una causa da una bandiera. Sono mescolati tra gli uni e gli altri forse soffocati e zittiti dalla grande nube di odio e di dolore in cui si agitano, ma che il loro senso di giustizia e di onore è sempre lì pronto ad affiorare e a manifestarsi” (La Stampa, 26 agosto 2011).

“Questa è la realtà — commenta Angelo — e ciò che ci serve è la coscienza di questo fatto e, al tempo stesso, un presupposto necessariamente positivo per fronteggiare il male che è in noi e che spesso coincide con la mediocrità e l’indifferenza”. 

Ma se, come canta Guccini,  “ancora tuona il cannone, ancora non è contento/ di sangue la belva umana…” come faremo a liberarci da questa zavorra che ci fa sprofondare? 

I ragazzi vorrebbero una risposta immediata alle loro domande. Ma, forse, quelle domande sono una ferita che va tenuta aperta. Perché ci aiuta a vivere più da uomini e a saper riconoscere una eventuale risposta che, come un imprevisto, dovesse venirci incontro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori