LA STORIA/ Padiglione Nepal, ecco l’Italia dell’Expo che risponde ai black bloc

- Mauro Leonardi

Lavoratori italiani stanno completando il Padiglione del Nepal all’Expo. Gratis. Questa è l’Italia migliore, quella che risponde per davvero allo sfascio dei black bloc. MAURO LEONARDI

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Expo 2015, il Padiglione zero (Infophoto)

Il padiglione del Nepal all’Expo 2015 di Milano è chiuso perché i Nepalesi, molti dei quali colpiti da un lutto in famiglia, sono tornati in fretta e furia nel loro paese martoriato. Accanto a questa notizia ovvia nella sua crudezza, ce n’è un’altra, meravigliosa. Che mi piacerebbe diventasse un hashtag più importante di quello dei black bloc. Ed è che imprese italiane, lavoratori siciliani, calabresi, campani, abruzzesi, laziali, toscani, emiliani, lombardi, veneti e friulani, stanno completando i lavori del Padiglione Nepal. Gratis. Questa è l’Italia che mi piace e tutto il resto sono chiacchiere.

Non sappiamo guardare solo il nostro ombelico, sappiamo alzare lo sguardo e accorgerci del nostro prossimo e del vuoto che lascia quando non c’è più e sappiamo pregare anche con le mani, i chiodi, i martelli e gli scalpelli. Questa notizia merita le prime pagine. È questa la notizia che ripulirà le vetrine imbrattate, che porterà via le macchine bruciate e rovesciate, che farà tacere la violenza. C’era da prendere chiodi e martelli e dargli di olio di gomito gratis e nel tempo libero: cioè, c’era da amare. Perché l’amore è così: gratuito e ti succhia la vita e tu te la fai succhiare che vorrebbe dire che la doni, che vorrebbe dire che dai il tuo tempo libero ad un altro. Amore altissimo perché qui “l’altro” non sai chi è. Era solo quello che lavorava al Padiglione accanto. Ci sono notizie con una grande chioma ma poca radice. Notizie che seccano presto. E poi ci sono notizie come questa. Tanta radice profonda a reggere la terra e a dare nutrimento a quella piccola piantina che si vede all’esterno. È una piccola pianta con radici profonde. Ci svela un’Italia che ci piace. La devi cercare tra le notizie minori, ma vive delle radici generose e buone dell’animo italiano e della solidarietà umana che non conosce differenza tra culture e nazioni.

Si chiama lavoro, si chiama amore, si chiama Italia che non chiacchiera. Si chiama uomo. Perché il lavoro dà dignità ancor prima che stipendio e posizione sociale, perché l’Italia è fatta di brave persone, perché il mondo è fatto di brave persone e non è retorica o ingenuità ed è proprio vero. C’è un cantiere che non si è fermato e dove si parlano tutte le lingue. I turni li fa il cuore. Non quello dei cuoricini ma degli operai specializzati. Delle mani abili a costruire e a dire in tutte le lingue: io ci sono.

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