IL CASO/ Quei bambini imperfetti, sporchi, graffiati (e malati) “scartati” da noi adulti

- Carlo Bellieni

oggi quello che non è perfetto non lo sappiamo più accettare. E alla fine non accettiamo nemmeno noi stessi. E i bambini sono un esempio di tutto questo. Il commento di CARLO BELLIENI

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Vedete più in giro per le strade i bambini? Un tempo erano padroni delle strade, delle piazze; oggi non si vedono più, hanno perso autonomia di movimento perché se vanno da qualche parte vanno accompagnati, nemmeno a scuola possono più andare da soli. Non giocano più, vanno alle feste; non corrono più, fanno sport. Su questi punti si è incentrata la sessione “Bambini e Cultura dello scarto” che ho coordinato al convegno nazionale di Scienza e Vita, tenutosi il 29 maggio a Roma. Invece di una lezione ho accettato la sfida di far parlare gli intervenuti e poi tirare le fila della discussione; e sono venute fuori cose interessanti. Infatti ci sono stati racconti di medici che hanno visto bambini abbandonati, nascite di bambini da fecondazione in vitro senza che i genitori fossero avvertiti dei rischi che queste tecniche fanno correre ai bambini.

E sentire i racconti è più “forte” di una lezione pur bella, perché la vita si afferma con i racconti, con la vicinanza, con gli esempi. Abbiamo sentito storie di mamme coraggiose, di disastri che hanno portato a morte, di misericordia nell’accompagnare i malati. Ma si è parlato anche di inquinamento e di spazzatura, perché davvero dobbiamo riconoscerlo: oggi quello che non è perfetto non lo sappiamo più accettare. E alla fine non accettiamo nemmeno noi stessi. E i bambini sono un esempio di tutto questo. I bambini sono quasi solo trattati come giocattoli degli adulti che devono scimmiottare; e paradossalmente hanno perso la capacità di giocare. La società occidentale vede i bambini solo come piccoli adulti, non come soggetti che per definizione sono imperfetti, sporchi, graffiati, talora malati. E si basa su un’idea miope di perfezione, di immacolatezza utopica, di sbiancanti di denti, di disinfettanti di pavimenti, di coloranti di capelli, di sterilizzanti… senza ricordare che la perfezione non è la forma geometrica ma la forma viva, non esiste niente di vivo che sia riportabile a un punto, una linea, un cubo o una sfera senza che punto, linea o sfera la vita li reinterpreti e li legga con occhi tutti suoi.

Tra parentesi ricordiamo che a forza di usare troppi sbiancanti, disinfettanti, antibiotici, ecc… quanti danni si fanno! Quando trovate nella vita qualcosa di geometrico (o di troppo lindo e ripulito artificialmente, come insegnava GK Chesterton) è facile che siate davanti ad una malattia… basti pensare alla piattezza (perfettamente geometrica) del segnale del cuore o del cervello quando si muore. Il bambino invece è l’inno all’imperfezione, al trasformarsi e al divenire, al farsi male e al rialzarsi. Invece viviamo in una società fobica che cerca le linee e i cubi e le sfere e i punti, e non accetta null’altro. Lo rifiuta. Ed è la società del rifiuto. Che non è solo la “monnezza” (cosa recente come invenzione, fino a 50 anni fa tutto si riusava e la “monnezza” non esisteva); ma è la società di chi rifiuta mettendosi la mano davanti alla faccia quando vede l’imprevisto, il nuovo, che non sa più rimboccarsi le maniche. Che non si vuole rimboccare le maniche perché pensa che tutto sia dovuto: perché ci hanno fatto credere che nella città che ha selezionato i “perfetti”, tutto sia semplice e giusto. Invece non è così.

Allora il gruppo di lavoro ha portato a galla un’evidenza: che la vita non è perfezione, e che l’imperfezione va curata o va scoperto magari che quello che sembra imperfezione è invece una risorsa. Tanti esempi sono stati fatti di cose che in apparenza sembrano “scarto” e che se fossero state trattate da scarto tutti avremmo perso molto: basti pensare a quello che si chiamava “DNA spazzatura”, e che oggi sappiamo che senza quella “spazzatura” il DNA proprio non funziona; o pensare all’incredibile scoperta degli elementi basali della medicina e della alimentazione, spesso avvenuto per la sfida di qualcuno che in modo lungimirante non si accontentava a considerare scarto quello che tutti intorno volevano buttare via.

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