IL CASO/ Da Fabio Franceschi a Jovanotti, dov’è il paese “maturo”?

- Lucia Romeo

Fabio Franceschi, titolare di una grande azienda, la Grafica Veneta, ha molto da insegnarci. Le grane presentano sempre anche la soluzione, ma noi non riusciamo a vederla. LUCIA ROMEO

Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un libro scritto da Stefano Lorenzetto che racconta la storia di un italiano. Questo italiano si chiama Fabio Franceschi. Fabio è il titolare di un’azienda incredibile, la Grafica Veneta. Stampa in media 40 titoli al giorno per un totale di 200 milioni di copie di libri all’anno. I più grandi editori di tutto il mondo si affidano a lui. Il New York Times stampa i suoi allegati spedendoli da oltreoceano nel Veneto, per poi riaverli indietro pronti per l’edicola in 48 ore. La saga di Harry Potter gli ha fruttato 20 milioni di copie. 

Molto significativamente il racconto di questa favola italiana si intitola L’Italia che vorrei. E’ un’interessante carrellata di iniziative, idee, fatti, opinioni che ci fa riflettere su come potrebbe essere questo meraviglioso Paese. Si può essere d’accordo o meno con le idee di Franceschi. Ma alla fine ti porta dalla sua parte, in qualche modo. “Cosa le manca per essere felice?” gli chiede Lorenzetto in chiusura. “Niente” risponde Franceschi. “Ho l’impressione che ogni giorno mi venga concesso molto di più di quanto meriterei. Comunque mai sperare che cessino i problemi: quando finiscono quelli, è finita anche la vita”. 

E ancora: “In realtà, con il tempo ho capito che ogni grana, se la esamini attentamente, presenta tre soluzioni: la mia, la tua e quella giusta. E’ che spesso a noi uomini manca il coraggio di applicare quella giusta. Vale per la Grafica Veneta. Ma vale anche per l’Italia”. 

In questi giorni, le parole di Franceschi mi sono tornate in mente spesso. Per la pigrizia, l’incapacità o il tentativo di rinviare la soluzione dei problemi o di ribaltarli sugli altri che vedo spesso attorno a me. A partire dalle piccole cose della vita di tutti i giorni. Le vedo quando sento storie di coppie che cambiano casa per avvicinarsi ai genitori per fare il secondo figlio. “Sai, Giovanni è d’accordo con me a volere un fratellino o una sorellina per Giulia — mi ha raccontato una mia amica a gennaio — ma io gli ho detto che allora dovevamo cambiare casa e andare vicino ai miei genitori, così ci danno una mano. Abbiamo venduto il nostro trilocale nel verde e siamo andati in una palazzina accanto ai nonni adesso. Altrimenti come facciamo?”. O quando, mandando gli auguri di buon compleanno ad un compagno di liceo, mi sento rispondere: “Grazie, Lucia. Dovremmo fare un raduno di classe perché l’anno prossimo sono 28 anni (sic!) che abbiamo fatto la maturità”. O ancora quando leggo che i social network hanno bersagliato Jovanotti per aver dichiarato che da giovane dava una mano nelle sagre di paese senza essere pagato ed aver elogiato il valore esperienziale di quei momenti o di quelli vissuti da giovani che, pur di stare vicino al proprio idolo, fanno di tutto e ne ricavano momenti particolari e formativi. Apriti cielo! “Ha inneggiato allo sfruttamento”, “Venda lui i dischi gratis”, “Si vergogni” per citare alcuni dei commenti più gentili. 

Ogni volta che mi imbatto in queste situazioni penso che mi sembra impossibile che si continui a vivere in un Paese dove senza i genitori non si può muovere un passo e non ci si sente capaci di fare neppure la cosa più bella del mondo: crescere dei figli. Che non si possa vivere guardando avanti (invece di essere costantemente proiettati al passato: la maturità di 28 anni fa!) come accade ai giovani dei paesi che ci stanno attorno. Dai colossi asiatici alle emergenti economie africane. Che non si possano accettare posizioni differenti dalle proprie, senza dover subito ricorrere all’insulto, alla denigrazione al livore. 

Un paio di mesi fa mi è capitato di scrivere un sms a supporto di un amico imprenditore finito nel vortice di una polemica costruita ad arte contro di lui. La sua risposta mi ha fulminato: “Pensavamo che questo Paese sarebbe stato schiacciato dalla corruzione. Ci sbagliavamo. Corriamo in rischio di venire sepolti dall’invidia”. Purtroppo ha ragione. Succede continuamente. E spesso accade nascondendosi dietro i nickname che permettono a tutti di dire la loro opinione nascosti dall’oblio di Internet. 

Forse, se vogliamo cambiare davvero le cose, dobbiamo partire da qui. Dall’assumerci le nostre responsabilità. Come genitori, come mogli e mariti. Come figli. Come persone che credono nel domani e non si nascondono dietro i banchi di una scuola finita tre decenni fa. Come persone che sanno ascoltare e confrontarsi senza strumentalizzare o attaccare per invidia. Le idee vanno confrontate con altre idee. Non con l’astio.

“Rudyard Kipling, l’autore di Capitani coraggiosi — ricorda Fabio Franceschi in L’Italia che vorrei — pensava che vi fosse qualcosa di cromosomico in questa litigiosità perpetua degli italiani. E raccontava una comparazione divertente, in proposito. Un inglese? Un imbecille. Due inglesi? Due imbecilli. Tre inglesi? Un popolo. Un tedesco? Un lavoratore. Due tedeschi? Una birreria. Tre tedeschi? La guerra. Un francese? Un eroe. Due francesi? Due eroi. Tre francesi? Un ménage. Un russo? Una bomba. Due russi? La rivoluzione. Tre russi? Nulla. Un italiano? Un bel tipo. Due italiani? Un litigio. Tre italiani? Tre partiti politici”. 

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