SOS MIGRANTI/ Io, italiano, vi racconto cosa vuol dire non essere trattati da uomini

- La Redazione

Un circoscritto ma pressoché illimitato esercizio di potere. Quello della burocrazia, che rappresenta la ramificazione del potere politico. L’esperienza degli immigrati. LUIGI AMBROSIO

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Ci avviciniamo allo sportello un po’ timorosi, io e il mio amico, perché sappiamo che non sarà facile ottenere ciò di cui abbiamo bisogno: la registrazione del luogo di residenza temporanea per poter restare nel paese. E’ necessaria questa registrazione: in ogni momento la polizia può chiedertela insieme al visto e al passaporto. Se non l’hai con te, possono essere guai. Già la compilazione dei moduli, completamente in una lingua e un alfabeto stranieri, senza nemmeno una parola in inglese, è stata complicata e piena di timori, quando non riuscivi a capire cosa volessero che tu mettessi dentro quei quadratini. Il tutto complicato dal fatto che i termini usati sono termini giuridici, e non è detto che si studino tutti, anche se fai un corso di lingua o se ne conosci quanto basta e serve per la sopravvivenza.

Quando diciamo all’impiegato di quale pratica abbiamo bisogno, subito la sua espressione, già non particolarmente amichevole, si indurisce: sta mangiando un gelato, chiaramente lo stiamo scocciando. Comincia a mostrare tutta la sua insofferenza: abbaia ordini in un tono anche poco comprensibile e che certo non aiuta uno straniero, nemmeno se si tratta di uno straniero che conosce abbastanza bene la lingua locale, e chiede perentoriamente questo o quel documento, questa o quella carta, non nascondendo nemmeno la sua soddisfazione quando riesce a trovare qualcosa che non va bene. Il mio amico è sul chi va là, fatica a non innervosirsi: in altre occasioni ha dovuto ritornare, anche più volte. L’impiegato se ne accorge, e si vede che innalza un muro palpabile di disprezzo e di giudizio. A un certo punto l’amico che ci ospita (straniero anche lui) e fa da garante per la residenza, che si trova nel paese da anni e ha un posto da professionista di non poca responsabilità, prova a stemperare l’atmosfera: “Ci scusi, grazie per la sua pazienza, siamo stranieri”. “Lo vedo”, ringhia l’impiegato, e capisco al volo, in quel momento, come la gentilezza, il tentativo di mettere un poco di umanità in quell’ufficio, sia in realtà anche una sorta di triste ammissione del fatto che sì, in fondo te lo devi aspettare, se sei straniero, di essere trattato male, e anche di dover fare buon viso a cattivo gioco…

Alla fine il mio amico conclude la sua pratica. Tocca a me. Non posso negare di essere agitato, anche se ho compilato con ogni cura tutto quello che dovevo presentare. Tendo l’orecchio, per essere pronto a cogliere ogni richiesta dell’impiegato, che passa dalla rassegnazione a improvvisi scatti di impazienza. Chiede due volte un foglio già consegnato, e che è sparito chissà dove sul suo tavolo. Inutile dire che glielo abbiamo già dato. Per fortuna ne abbiamo una copia in più. Non può usare questo pretesto per mandarci via, causa documenti incompleti. E sempre più ti accorgi che è lui ad avere il coltello dalla parte del manico.

Alla fine — e siamo anche stati più che fortunati: arrivati presto, ché non c’era coda, ce la siamo cavata in meno di un’ora, tra tutto — riusciamo ad avere il prezioso talloncino di carta con il timbro agognato. Ora siamo in regola. Se ci fermano, ci sarà un po’ meno paura.

Siamo soddisfatti, e veniamo via dall’ufficio. E penso che non conta nulla che in patria tu sia un docente universitario. Allo sportello sei solo uno straniero. E di quelli come te, l’impiegato ne ha piene le tasche. Non capisce proprio perché tu voglia stare nel suo paese a dargli fastidio. 

So bene — lo sperimento ogni giorno — che non tutti, in questo paese che pure amo e di cui cerco di conoscere sempre meglio la lingua, la storia, la cultura, sono così. Ho conosciuto persone meravigliose, per generosità, intelligenza e apertura di cuore. Anche in un momento come questo, che vede qui molti politici trovare facile consenso agitando la bandiera dei valori nazionali e del sospetto verso tutti gli stranieri che stanno assediando la Patria, pronti a dissolverne i valori.

E penso che non è un caso, che in un Paese dove molti sembrano mettere l’esigenza di un governo forte sopra ogni altra cosa, si incontrino simili situazioni, nelle quali un diritto da esercitare viene trasformato in un favore da piatire mostrandosi il più possibile accondiscendenti e remissivi. Quell’impiegato allo sportello è complice del potere più violento e cieco. Anche se, magari, è il primo a lamentarsi del proprio governo. Perché in realtà ne condivide pienamente la logica: l’affermazione di sé come continuo desiderio di allontanare, evitare e — se proprio non si riesce a farlo — umiliare quelli che non gli vanno a genio. Che sono diversi. E lui, in quell’ufficio, è comunque — anche se per poco — un uomo di potere: può decidere qualcosa di importante per quelli che si rivolgono a lui. Certo, non è padrone della loro vita. Ma può pesantemente interferire in qualcosa di essenziale per chi ha bisogno di un lavoro o di un alloggio o semplicemente di rimanere a studiare o a completare un corso di formazione. E lo sa, ed esercitare questo potere gli procura un’enorme soddisfazione.

A chi governa serve che ci siano piccole sacche di potere distribuite lungo tutta la catena della società. E’ come un gas che si insinua da ogni parte, un veleno sottile per i cuori e le menti. Chi detiene anche una piccola porzione di questo potere non vuole perderlo: e difficilmente potrà prendersela troppo con chi — solo su una scala più grande — usa i suoi stessi metodi, ma nello stesso tempo ne condivide una scaglia, un frammento con lui. 

E mi ricordo, improvvisamente, che anche nel mio paese ho visto miei concittadini comportarsi così, con altri stranieri. E ora capisco — anche se in misura assai minore — cosa provavano costoro. E quanta stupidità ci fosse in chi mi diceva: “Non puoi fidarti degli stranieri. Sono servili e falsi: non si capisce mai quello che pensano davvero”. Già. Prova tu ad avere paura di un impiegato. A pensare che sei sempre in difetto perché non capisci la lingua. A finire per credere che te la caverai solo se dici sempre di sì… 

Non importa se giudico le leggi del mio paese più umane o più evolute di quelle del paese in cui mi trovo. Nessuna legge da sola può impedire che scatti la logica del potere, quella che gli antichi chiamavano libido imperandi. E non posso non riconoscere episodi e occasioni in cui io stesso ho condiviso questa logica, magari unicamente per banale inavvertenza (perché il comportamento dell’impirgato mi ha comunque ferito e rattristato, anche se per avventura fosse stato solo frutto di superficialità).

E capisco che il mio amico, quello che aveva comunque alla fine ringraziato l’impiegato per la pazienza e gli aveva augurato buon giorno, è il vero ed unico affacciarsi di una possibilità nuova in quel cupo e sgangherato ufficio. E’ la possibilità non semplicemente di una risposta “superiore” alla volgarità dell’impiegato, ma piuttosto di uno sguardo su di lui che lo vede e lo tratta come uomo. Non so se l’impiegato se ne è accorto. Ma me ne sono accorto io. E questo mi ha rallegrato ancor più dell’ottenimento della mia registrazione di domicilio. Perché mi ha mostrato che cosa può davvero testimoniare una speranza che non delude.

Luigi Ambrosio

Nota bene: sia l’autore che i suoi amici sono italiani, e quanto narrato è accaduto in un paese europeo.

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