NOZZE GAY/ “Dio non vuole”, il giudice sì: si possono servire due padroni?

- Riro Maniscalco

La ribellione di Kim Davis cambierà la storia? Il caso dell’impiegata di Ashland nel Kentucky che si è opposta ai matrimoni gay. Il commento di RIRO MANISCALCO

NEW YORK — Avete visto il film Selma? La narrazione comincia con una signora di colore che si reca in Comune per registrarsi al voto. In qualche modo l’impiegato che si trova di fronte le rende impossibile l’esercizio di questo diritto sancito dalla legge. Oggi non siamo in Alabama, siamo ad Ashland, north-east Kentucky, al confine con l’Ohio e a due passi dalla West Virginia. Terra verde e ricca, terra del bluegrass e del bourbon, terra protestante fin nel midollo.

“Ashland” letteralmente significa “terra della cenere”. Chissà, un nome una profezia. Ad Ashland Kim Davis, County Clerk (potremmo dire segretario comunale) è finita in prigione per aver rifiutato di rilasciare licenze matrimoniali a coppie omosessuali. Non solo ha fatto così — contravvenendo alle disposizioni della recente pronuncia della Corte Suprema — ma ha ordinato ai suoi collaboratori di fare altrettanto in ragione delle sue convinzioni religiose.

“Il matrimonio è tra un uomo ed una donna”, ha detto tra le lacrime la Davis nell’aula del tribunale, e il matrimonio tra persone dello stesso sesso “non è da Dio”. Il giudice, andando ben oltre le richieste della controparte che chiedeva di punire la disobbedienza con una multa, l’ha spedita in galera. La Davis, come dipendente pubblico ed in ragione delle sue funzioni, ha giurato fedeltà alla legge e su questo non si può transigere. “Se si dà alla gente la possibilità di scegliere quali ordini rispettare si finisce nei problemi” ha affermato il giudice Bunning. 

Quello che sta accadendo può essere osservato da tanti punti di vista ed entrambe le posizioni possono essere difese ed attaccate in mille maniere. Inclusi gli attacchi personali sia al giudice (credente, ma “incapace” di affermare la sua fede) che alla Davis (tacciata di ipocrisia essendo al suo quarto matrimonio). Ashland come Selma? Tecnicamente mi verrebbe da dire di sì. C’è una legge, ma c’è chi non la condivide e vi si oppone. Ed a meno che esista un’altra norma che tuteli questa obiezione di coscienza, chi non rispetta la legge va punito. 

Nella storia americana l’obiezione di coscienza ha avuto le sue più eclatanti manifestazioni negli anni della guerra del Vietnam. La protesta, innescata nel 1965 da uno studente cattolico che bruciò pubblicamente la sua cartolina di chiamata alle armi, dopo lunghe battaglie portò nel 1973 all’abrogazione del servizio militare obbligatorio. Oggi, nello sconquasso portato alla società tradizionale dalla problematica gender, la questione della libertà religiosa è la nuova anguilla che nessuno sa da che parte prendere.

Per i credenti la sfida sembra essere quella tra “dare a Cesare quel che è di Cesare” e “non si possono servire due padroni”. E’ una bella sfida! Tanti anni fa il mio direttore di banca, che mi sapeva impegnato in tante cose oltre al lavoro, mi disse: “Maniscalco, non si possono servire due padroni. E lei serve quello sbagliato….”.

La contrapposizione non salva nulla. Riduce tutto in cenere. Ecco cosa ci resta in mano. Ashland oggi mi sembra proprio la terra della cenere di una società che si polverizza nello scontro tra vecchie credenze senza alito di vita e nuove tendenze prive di una direzione. Forse l’obiezione di coscienza è una strada, certamente la misericordia vissuta e il perdono nella fedeltà a ciò in cui si crede nel tempo portano un frutto di civiltà. 

Ma una grande domanda resta: cos’è che rende “sacrosanto” un diritto? E’ proprio qui a mio avviso che sta la differenza tra Ashland e Selma. Lascio la risposta a giuristi, filosofi e teologi, ma qualunque sia la conclusione cui dovessero giungere non saranno loro a dirmi che Padrone servire.

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