ASHLEY OLSEN/ Metti un’adolescente di 35 anni, una Firenze ubriaca e il nostro falso buonismo…

La 35enne americana innamorata di Firenze e il clandestino senegalese: l’incrocio di due destini tragici, ma non al punto da non poter essere giudicati. MONICA MONDO 

15.01.2016 - Monica Mondo
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Un delitto di Mafia (Infophoto)

Ashley era stravagante e buona, dicono i vicini. Era stata adottata da quella Firenze stravagante, dove si accasano stranieri un po’ hippy, innamorati dell’arte, delle bancarelle, dell’antico e della vitalità che esplode, la notte. Ma non sempre per dare slancio e sostenere con la bellezza mente e cuore. C’è la Firenze sbandata, ubriaca, persa, dove le ore del giorno passano intorpidite, e quelle buie si consumano vivacchiando, rincorrendo sogni malati, tra un locale e l’altro, nello stordimento e nella dimenticanza di un compito, di una dignità, di un sussulto.

Molti ragazzi, purtroppo, ma fa più pena vederli mescolati ad adulti che non si decidono a crescere. Ora la pietà impone il silenzio sulle vittime, e la ripulsa di ogni moralismo.

Ma tocca ben dire che a 35 anni non è così normale imbottirsi di alcool e forse cocaina, litigare, dare confidenza agli sconosciuti fino a portarseli a casa, andarci a letto, soprattutto quando hai un fidanzato che il giorno dopo, oltre a piangere la tua morte, deve anche giustificarsi e dimostrare di non essere lui l’assassino. Che dramma, per quest’uomo che grazie alla sensibilità di chi indaga è stato creduto, e non deve aggiungere pena alla pena. Ashley, cosí dolce e angelica, come ha potuto fargli questo? Tradire lui, il futuro, la sua grazia, la sua stravagante bontà. Perché non le è  bastato un amore, una vita operosa e fertile? Perché quest’adolescenza impazzita, per buttarsi via col primo uomo incontrato? Troppo il vuoto, troppo lo spreco di doni e l’azzardo sulla vita, che è impegnativa, non si può sopportare, far scorrere senza uno scopo.

Poi, certo, quell’uomo. Perché non appaia giustificabile l’orrore, perché non alberghi nel retropensiero il vergognoso assunto che da tempi atavici ci portiamo dietro: in fondo, se l’è cercata. Nessuna donna anche se si concede consenziente a uno stupro (che rimane tale, nel profondo), merita altro che una mano che la sollevi, la stringa forte, la aiuti. Ma quell’uomo?

Clandestino, da quattro mesi in Italia. Perché? Che è venuto a fare? Se fuggiva dalla guerra o dalla miseria, perché passava le notti in locali a irretire donne sole e stravaganti? Se cercava da noi un lavoro, perché ciondolava senza far nulla per guadagnarselo? Perché permettiamo di infangare l’immagine di profughi disperati, di povera gente che brama una speranza lasciando che questi parassiti scorrazzino per le nostre città, a delinquere o preparare azioni terroristiche? Che folle buonismo ci ha presi, così che svendiamo le nostre patrie, il nostro orgoglio, la nostra identità senza nemmeno più la sacrosanta rabbia che smuova i nostri politici, che agiscano con lucidità e solerzia? Ci faremo intimorire ancora, obbligheremo le nostre donne a chiudersi in casa, a coprirsi e trasformarsi in meri oggetti sessuali o in serve, per evitare la violenza? 

Quell’uomo è un delinquente. Bieco. Drogato, forse, se anche tenesse la sua versione, ovvero l’incidente fatale (ma il cranio spaccato? dài, non è credibile), è comunque fuggito, compiendo un gesto inqualificabile: ha messo la sua scheda nel telefonino di lei, con un cinismo e un’abitudine al furto, alla cattiveria che non ha scuse. Si può dire che è un ignobile assassino un ragazzo di colore, senza essere linciati? E si può dire che Ashley era stravagante, ma forse non proprio così brava ragazza? Si può dire che bisogna controllare tra la folla in arrivo e distinguere il grano dal loglio?

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