FAMILY DAY/ Cronaca di una piazza (piena) con poche idee

- Giuseppe Feyles

Ieri il Family day, organizzato per dire no al ddl Cirinnà senza se e senza ma, ha riempito il Circo Massimo. Sulla partecipazione, è guerra di cifre. La cronaca di GIUSEPPE FEYLES

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Al Circo Massimo il 30 gennaio scorso (Infophoto)

Comunque la si pensi, quella che ho visto ieri era buona gente. Una grande piazza da rispettare. Facce oneste, tranquille ma decise. Molti passeggini, faticosamente trascinati per le scoscese del Circo Massimo. Plaid per terra, panini, volantini e gadget, cappellini di “Manif pour tous”, seggioline pieghevoli. Tutto sommato pochi iPhone costosi. Invece, stendardi di ogni tipo, con scritte,  simboli e immagini sacre. Lo stendardo è più che il tipico striscione da corteo in piazza. Implica appartenenza ed in effetti si vede che quelli che arrivano sono gruppi e non singoli. Sono insieme. 

Non so se un milione, di più o di meno, ma sono indubbiamente tanti. Quando Gandolfini fa l’appello regionale, i sardi con i loro mori sulle bandiere sono i più compatti. Pensare al viaggio che hanno fatto non è banale. I romani non sembrano molti. Ed anche il sole capitolino si fa largo tardi tra le nubi ed apre svogliatamente metà occhio solo alla fine. Fuori tempo, però, perché siamo al tramonto e il tenore sta cantando “all’alba vincerò”. Comunque l’augurio di vittoria è impegnativo, c’è da sperare che non sia anche quello fuori tempo massimo. La piazza ci crede, ma Renzi sembra non voler cedere. Vedremo. Sul palco una grande scritta per lui: “non si rottama la famiglia”. I politici ci sono, ma in disparte. Si sono tenuti, o li hanno tenuti, un po’ a distanza. Quagliariello siede su un gradinaccio. Meloni e Brunetta sono sopraffatti dai cronisti. Lupi e Toti indossano giacche di simil vigogna (sarà un segno?). Maroni invece è in prima fila, attaccato alla transenna del sottopalco, come a un concertone. 

Col palazzo romano Gandolfini non è tenero. Forzando i toni dice che la Cirinnà è da rigettare in blocco, senza se e senza ma. Poche ore prima aveva incontrato Alfano al Viminale (per ribadire lo stesso concetto?). E scandisce dal palco che, già a partire dalle amministrative, il popolo del Family day “si-ri-cor-de-rà” delle loro scelte nelle aule parlamentari. Il fatto è che quello del Family day, politicamente, è in gran parte un popolo orfano della Dc. Ma la Dc, alla quale pure tutti siamo debitori, è cosa passata. 

Quando iniziano a parlare gli oratori, alcuni contenuti sono deboli. Però molta energia, molta carica. Adinolfi è abile e sa quali tasti toccare. Altri meno. Qualcuno scimmiotta il trucchetto usato già nelle piazze berlusconiane: “volete voi… (ecc. ecc.)? No! Non vi ho sentito! Nooooo!!!” Prima, spezzoni di don Camillo e Peppone e la canzone “Mamma son tanto felice”. Chi invece argomenta è Gandolfini: sa il fatto suo e non ha paura nemmeno di dire che il sesso non è fine a se stesso. O di ricordare che le risorse andrebbero piuttosto destinate alle famiglie in difficoltà. 

Ma il cuore del suo discorso è la famiglia come cellula fondamentale della società. In uno dei video introduttivi era comparso un cartello con la scritta “la famiglia è la salvezza”. In effetti, sul tema delle adozioni non c’è molto da spiegare, la legge appare a tutti evidentemente una bruttissima cosa. 

Ma sulla centralità della famiglia, sulla sua priorità come motivo di mobilitazione, una piazza così meriterebbe di più. Perché la salvezza non è la famiglia. Occorrerebbe riflettere su cosa può generare una famiglia oggi, nel caos di incertezze in cui siamo immersi. La famiglia è un ambito privilegiato se educa, ma educa se apre a qualcosa di più grande, più grande della famiglia stessa. E del resto molti di noi, tornando inaspettatamente alla fede da giovani, per seguire chi ce la insegnava, proprio con un certo tipo di famiglia chiusa abbiamo dovuto questionare, se non talvolta scontrarci e scappare. Per poi ritrovare i nostri cari anni dopo, con più verità. 

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