PAPA/ Erano preti, hanno moglie e figli: Francesco e l’abbraccio che non ti aspetteresti

- Marco Pozza

Papa Francesco qualche giorno fa ha fatto il gesto più delicato: quello che non t’aspetteresti, quello che pochi hanno voluto raccontare perché malvisto, scomodo, duro. MARCO POZZA

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Papa Francesco (LaPresse)

Ne era sicuro il popolo latino, al punto da coniare un’espressione divenuta quasi proverbio: motus in fine velocior (“Il moto è più veloce verso la fine”). Lo è stato anche il Giubileo Straordinario della Misericordia: la chiusura di domenica prossima si è voluto fosse preceduta da due domeniche “stile-Bergoglio”, dove quest’espressione indica il tratto più tipico del pontefice argentino: il giubileo dei carcerati e quello dei senza-fissa-dimora. L’emblema massimo della povertà: le notti di strada e di galera, le nuove cattedrali di Francesco. Gli spazi di frontiera nei quali è più probabile l’incontro con la carne sofferente, dunque l’incontro con il Cristo Risorto. Li ha tenuti, come assi nella manica, come colpi di teatro per il suo calendario: più un magistero di gesti che di parole, di incontri più che di scritti. La gente, quella più semplice, l’ha afferrato: forse era questo che tanti cercavano, pancia-a-terra. Il che non significa che il Papa abbia parlato alla pancia: è stato voce di chi non ha mai avuto voce. O s’è fatto, nel tempo, afono.

La misericordia di Francesco, però, è una medaglia a due facce. Non è solo una misericordia ad-extram: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lc 10,27), dove è l’avverbio a fare la differenza. E’ l’invito ad una misericordia ad-intram: non solo verso gli altri, ma prima verso noi stessi. Non solo perdonare e essere perdonati, anche il perdonarsi. Perdonarsi come Chiesa, per poi poter diventare la Chiesa del perdono, la casa dell’accoglienza.

Eccolo, dunque, il gesto più delicato: quello che non t’aspetteresti, quello che pochi hanno voluto raccontare perché malvisto, scomodo, duro. Francesco, però, è padre e “non esiste tregua né riposo per Dio fino a quando non ha ritrovato la pecora che si era perduta” (Francesco, Giubileo dei Carcerati). Da padre — chissà se la teologia accetta che Dio sia anche madre — è andato dai figli mandati ad abitare fuori-paese, quelli che un tempo erano così vicini al cuore di Dio-Padre da consacrare il pane, assolvere i peccati a-nome-suo.

Il Papa, nell’ultimo dei suoi “Venerdì di Quaresima”, è andato ad incontrare proprio loro, un gruppo di ex preti sposati: non loro da lui, ma lui da loro. A casa loro: tra pargoli in festa (chissà se qualcuno li chiamerà “frutto del peccato”) e compagne emozionate, a sentir parlare di faccende domestiche da chi, fino all’altro giorno, discuteva di pastorale. Era un debito e adesso che quel gesto è stato firmato, sarebbe stato un vero “peccato” non ci fosse stato in questo oceano di misericordia. Sono uomini che hanno servito la Chiesa, le sono rimasti fedeli col cuore, si sono dannati con tutte le forze. Poi, forse anche per un debito di coscienza, hanno imboccato un’altra strada, hanno rimesso mano alla vecchia strada, sono andati a ritoccare la loro personale grammatica della felicità.

Francesco li ha cercati, forse anche per chiedere loro scusa. “Scusa di che?!” dirà qualcuno. Di una cosa, tra le tante: che, una volta lasciato il sacerdozio, ci siamo dimenticati della loro bella umanità. Qualcuno, da prete, era un finissimo teologo: sposandosi ha forse perduto la sua sapienza teologica? Pare proprio di sì. Qualcuno, in parrocchia, era una favola nel creare comunità: sposatosi, sembra aver perduto anche la leadership. Qualcuno, nel tempo del suo sacerdozio, testimoniava Dio con la bellezza dei suoi talenti: il giorno in cui si è sposato, sembra esser divenuto un incapace su tutti i fronti. Non è che, forse, la misericordia verso noi stessi sia una faccenda assai complicata anche per la Chiesa?

Francesco, sul finale, ha accelerato: esattamente come annotava il popolo latino, che era maestro nel prestare la voce alle sfumature. L’incontro con un gruppo di preti-sposati: giusto tra il giubileo dei carcerati e quello dei senza fissa dimora. Forse perché anche costoro, in fin dei conti, un po’ lo sono: carcerati da giudizi senza clemenza, costretti alla penuria materiale, senza considerazione in seno alla Chiesa. Per anni, consacrando pane e vino, hanno portato Cristo ai fratelli: si sono fatti paciere tra il Cielo e la Terra, moderni Mosè nel riarso della secolarizzazione. Oggi sono loro che, muti e solitari, chiedono certezza della vicinanza di Cristo: è loro urgenza sapere d’essere ancora nel mirino dello sguardo di quell’Uomo. Il Papa si è fatto memoria di quella Presenza: ha portato loro Cristo. Esistesse una gerarchia nei gesti giubilari, comincerei dal secondo posto in giù. Il primo, per bellezza e tanto-cuore, andrebbe a quest’incontro. Al gesto di un padre nel cui cuore nessuna scelta oscurerà mai la bellezza di un’appartenenza familiare.

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