ESERCITO A MILANO?/ Sì, perché non c’è “incontro” senza conflitto

- Aldo Brandirali

Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha richiesto l’invio di altri militari per il presidio della città. Può andare bene, ma occorre un piano nazionale. Il commento di ALDO BRANDIRALI

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Ultime notizie di oggi, Foto La Presse

Cerchiamo di capire perché il sindaco Giuseppe Sala ha richiesto l’invio di altri militari per il presidio della città. Parto da alcune cose che ha detto in una intervista a Repubblica.

“Fino a quando non potremo assumere nuovi agenti di polizia locale, la presenza temporanea di altri militari può soltanto essere un bene”. “Nella piazza davanti alla stazione Centrale — e quindi non in periferia — il presidio fisso lo fa la polizia locale. Se io avessi altri militari, oltre a quelli già presenti, da utilizzare nei punti sensibili della città, quei vigili potrebbero essere destinati ad altri incarichi operativi”. “Milano non è una città insicura (…) Come tutte le grandi città del mondo, però, ha delle criticità e va governata con attenzione e buonsenso”. “E’ indubbio che in zone dove convivono molte etnie con una popolazione italiana spesso anziana ci sia bisogno di qualcosa in più”. Invece di fare le tende per i profughi “ho ottenuto di poter usare la caserma Montello, dove stiamo dimostrando che con una buona pianificazione anche problemi complessi si possono gestire”. “Con il piano che presenteremo a metà dicembre sarà ancora più chiaro” cosa vogliamo fare. “Il primo intervento necessario è quello sulle case popolari. Se non si parte da lì non si risolve nulla: investiremo almeno 250 milioni, sfidando la Regione a fare altrettanto sulle sue case popolari”. “Abbiamo un arcivescovo da sempre molto attento alle periferie e al dialogo tra i popoli”. “Non possiamo aspettare a lungo: serve un piano nazionale, non possiamo gestire solo in emergenza”.

Ecco il vero contenuto delle preoccupazioni del sindaco: occorre un piano nazionale, l’emergenza profughi non è emergenza ma un problema epocale. Milano è decisamente il luogo per un serio confronto, possono venire da qui linee di indirizzo per l’Italia e per l’Europa. Milano non è sommersa dall’emergenza, le risorse costruttive della città sono notevoli e guardare solo al degrado delle periferie e alle conflittualità fra poveri è un atteggiamento vecchio e stupido. Se teniamo conto delle eccellenze della nostra città allora possiamo credere di essere in grado di produrre un confronto ad alto livello sui problemi della nuova epoca.

Per spiegarmi meglio elenco alcune questioni di fondo che si devono affrontare.

1. I profughi provocati dalle diffuse situazioni di guerra hanno diritto ad essere accolti, questo è affermato dalle Nazioni Unite, e dunque deve essere pianificato il sistema di accoglienza;

2. I migranti alla ricerca di condizioni di vita migliori sono il prodotto di processi di sviluppo molto dinamici e molto diseguali, le persone mettono in campo le loro energie e capacità e di questo ci si è alimentati in tutte le società più sviluppate. Saper regolare i flussi di migranti è parte integrante delle politiche economiche di ogni paese. 

3. Le nazioni economicamente più forti hanno la responsabilità di aiutare lo sviluppo nelle aree più deboli del mondo, una lunga storia di sfruttamento internazionale delle risorse altrui ha generato squilibri enormi che ora sono la causa di tante tensioni sociali.

4. Le differenze comportamentali e di culture sono da affrontare con adeguate politiche di integrazione, con la consapevolezza che anche le identità locali sono investite dalle nuove presenze e dai contributi che apportano alla vita sociale.

5. I problemi della sicurezza sono derivanti dagli eccessi di conflittualità nelle differenze sociali dentro il territorio. Governare il territorio significa dunque scomporre le reazioni rabbiose e ricomporre l’incontro nelle diversità di condizioni sociali e di culture.

Per dare risposte adeguate a questi cinque punti, che ho elencato, è bene che si confrontino le esperienze e le proposte che possono venire dagli Usa, dalla Cina, dalla Russia, e l’Europa deve convincersi che non è unita su queste questioni. In particolare, in Europa non avviene la suddivisione dei  compiti.     

Adesso le tornate elettorali stanno provocando un ritiro dagli impegni di tutti quelli che hanno paura di essere sommersi dall’egoismo locale. I provocatori di conflittualità hanno gioco facile nella cattura del consenso, ma sono completamente irresponsabili verso problemi che nessuno può cancellare. 

Per questo insisto sulla responsabilità politica che deve generare risposte al livello del bene comune. Liberisti o socialisti non hanno le formule per affrontare questi cambiamenti epocali, la nuova politica si deve convincere che bisogna saper comporre la complessità, con autorevolezza e con capacità unificante.

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