MAMMA AVVELENA LE FIGLIE/ Chi ha distrutto in noi la certezza di essere amati?

- Laura Cioni

Giuseppa Savatta, correggendo le sue prime dichiarazioni di martedì, ha detto di avere strangolato e non avvelenato le figlie di 7 e 9 anni. Ma l’autopsia l’ha smentita. LAURA CIONI

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Ultime notizie di oggi, Foto La Presse

Alla strage dei Santi Innocenti voluta da Erode, che la Chiesa ricorda a pochi giorni dal Natale, alle molteplici stragi di bambini che avvengono nel mondo e di cui talvolta si parla, più spesso si tace, si è intrecciata la notizia che due sorelline di Gela, Maria Sofia e Gaia, di 9 e 7 anni, sono state uccise dalla madre, Giusi Savatta; la donna ha poi tentato il suicidio ed è stata salvata in extremis dal rientro a casa del marito. Ora si trova in ospedale psichiatrico.

Queste le notizie certe. Ma ancora molte cose restano da chiarire, compito di chi indaga e dei medici, non della gente comune, siano essi i vicini, i conoscenti, i giornalisti.

Una tragedia famigliare come questa impone una sorta di riserbo e di prudenza nell’avanzare giudizi affrettati. La tentazione di avere una risposta per tutto ciò che accade è molto diffusa: abbiamo in mano tanti strumenti di analisi psicologica, psichiatrica, sociologica, economica e spesso non sappiamo usarli in modo corretto. In fondo manca un istante di silenzio, di pena prima di voler capire ciò che appare incomprensibile, contro natura. Che una madre uccida le sue due figlie con la candeggina.

Se si accantonano per un istante le nostre conoscenze, è come affacciarsi su un abisso. Non è comodo, fa paura e allora ritraiamo lo sguardo e cominciamo a ragionare con le categorie a nostra disposizione: la signora Giusi soffriva di disturbo bipolare, i rapporti con il marito si erano incrinati, era troppo religiosa, ha voluto salvare le figlie dal dolore del disfarsi della famiglia…

Così i giornali. Ma attenzione: il mestiere non rende un po’ schematico chi lo pratica? La fretta non è mala consigliera del cronista e di chi lo ascolta o lo legge?

Romano Guardini inizia un suo noto scritto così: “Troppo dolorosa è la malinconia e troppo a fondo spinge le sue radici nel nostro essere di uomini, perché la si debba abbandonare nelle mani degli psichiatri… Noi la riteniamo intimamente connessa con la profondità della nostra essenza umana”. Si era in Germania, attorno agli anni Trenta del secolo scorso.

Da allora la malinconia, o la depressione se si vuole usare un vocabolo più in auge, ha velato di ombre gran parte del nostro mondo, magari camuffandosi sotto i lustrini del benessere o sotto la violenza delle armi e sotto la parvenza di una serena normalità. E invece sotto, con operosità inavvertita, scavava il vuoto. Là dove l’io poggia, la malinconia erode la certezza di essere amati, di essere creature di qualcuno che ci ha voluti e muta la gratitudine in risentimento.

Bisogna ben guardare questo vuoto, non barare. Ma poi, subito, sottrarre lo sguardo. Meno curiosità, meno parole, semmai una domanda di pace per chi ha colpito le figlie e la sua stessa vita. Forse questo è  il modo più reale per essere partecipi del dolore della signora Giusi e di suo marito.

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