CENSIS/ Il ko dei millennials e l’Italia “ruminante”

Il panorma dell’Italia che offrono i dati Censis è contradditorio e discontinuo: se i giovani di oggi sono più poveri dei loro nonni, c’è un Paese che tenta di resistere. PAOLA LIBERACE

04.12.2016 - Paola Liberace
Ufficio_LavoroR439
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La presentazione del 50esimo rapporto Censis sulla situazione sociale del paese verrà di certo ricordata. Non solo perché si è tenuta nella sede del Cnel, nel cuore di Villa Borghese, alla vigilia del referendum che potrebbe cancellare definitivamente l’ente committente del rapporto; ma anche perché si è trattato dell’ultima presentazione per il presidente Giuseppe De Rita, come lui stesso ha annunciato alla fine della mattinata, salutato da un caldo scroscio di applausi. Una discontinuità significativa, sottolineata dall’incrocio con l’appuntamento referendario, e giunta al termine di un anno di significative discontinuità anche per la società italiana fotografata dal rapporto. 

Anzitutto, discontinuità demografica: mai così pochi nuovi nati come quest’anno, ha sottolineato il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii; mai accaduto prima che la popolazione italiana totale diminuisse, invece di crescere di numero. 

Discontinuità anche sul fronte economico: mai i tassi di interesse sono scesi tanto, mai così basso dal dopoguerra in poi il livello degli investimenti (in Italia sono il 16,6% del Pil contro una media europea del 19,5%), e di contro mai così ingente la dimensione del risparmio, con 114,3 miliardi di euro dal 2007 e una liquidità totale disponibile in contanti o titoli non vincolati che nel nostro paese raggiunge ormai 818,4 miliardi di euro. I padri mettono via il gruzzolo per i figli, che oggi — altra prima assoluta — sono più poveri dei loro genitori e dei loro nonni, i quali, se pure benestanti, disperano comunque di vederli mai godere di un tenore di vita più elevato del proprio: il rapporto parla di Ko economico dei millennials, che godono di un reddito più basso del 15,1% e di una ricchezza inferiore del 4,1% rispetto alla media della popolazione. 

Una delle possibili ragioni risiede nel mutamento drastico — altra discontinuità — del panorama lavorativo: si allarga l’area dei lavori poco qualificati, come testimonia il boom dei voucher, con 277 milioni di contratti stipulati tra il 2008 e il 2015 e 1.380.000 lavoratori coinvolti. Se il livello occupazionale cresce, non altrettanto accade con la corrispondente produzione di ricchezza: le figure intermedie, come quelle impiegatizie, si svuotano, e si ingrossano le fila dei lavoratori a bassa produttività. Il nostro appare in definitiva — così recita uno dei titoli più a effetto — un paese rentier, privo di proiezione sul futuro.

Di fronte a queste discontinuità si stagliano continuità altrettanto significative, altrettanto forti. Si tratta delle filiere di lunga durata, che producono tuttora un contributo distintivo per il nostro paese: come quelle del Made in Italy — l’agroalimentare, il lusso, la meccanica di precisione, che alimentano l’export in nome del “bello e ben fatto” — ma anche del turismo — che sempre più vede la polarizzazione tra la ricettività di lusso (+2,2% dei posti letto nelle fasce di offerta superiori) e l’accoglienza extra alberghiera dei bed&breakfast (+67,7%) e degli agriturismi (+31,4%).  

Anche la famiglia italiana rappresenta in sé una realtà che continua a funzionare, non da ultimo come soggetto economico, protagonista di un risparmio che si fa produttore di reddito: l’economia sommersa, così battezzata da uno dei primi rapporti Censis, fa ora la sua ricomparsa come fenomeno post-terziario, non più legato al lavoro o all’impresa, ma alla messa a reddito (spesso in nero) del patrimonio accumulato dall’Italia rentier. L’obiettivo oggi non è fare impresa, ma produrre denaro, far fruttare quello che si possiede, ad esempio tramite la gestione bancaria o postale.

Il nostro paese, insomma, regge: la citazione prescelta quest’anno da De Rita è quella del filosofo Merleau-Ponty, che definisce il corpo in base alla sua capacità di reggersi. Oltre la Brexit, oltre Trump, oltre Grillo la vita continua, afferma il presidente del Censis (e potrebbe essere il titolo del suo lascito ideale), al di là delle polemiche, delle apparenti rivoluzioni, di ideologie e dibattiti che occupano i titoli dei giornali. 

Quello che resta — e a cui tradizionalmente il Censis guarda — è la capacità dell’Italia del quotidiano di “ruminare”, di metabolizzare fratture, sconvolgimenti, discontinuità apparentemente insanabili. Così, processi apparentemente dirompenti, come quello di digitalizzazione, diventano lunghi e laboriosi, si allargano oltre le poche decine di esperti in innovazione per coinvolgere i migliaia di impiegati di enti “pesanti” come l’Inps. 

Persino temi come le unioni civili e l’aborto vengono “ruminati”: e lo stesso è accaduto per la disintermediazione, che resta potente (non a caso gli italiani in piena crisi acquistano più smartphone: +191% negli ultimi 7 anni, percepiti come strumenti di empowerment individuale), ma da ultimo cede anch’essa il passo a una nuova contrattazione, come nel caso del pubblico impiego.

Tutto bene, quindi? Come un padre che rassicura il figlio, ma senza dimenticare di metterlo in guardia nei confronti dei pericoli insiti nella sua condotta, De Rita ha concluso puntando il dito contro il rischio più grave che l’Italia attualmente fronteggia. Perché non tutte le fratture sono state ricomposte, non tutte le ferite si sono cicatrizzate: non è accaduto per il recente terremoto del centro Italia, che ha innescato un processo forse irreversibile di abbandono dell’Appennino, sia da parte dei pochi residenti residui che dei villeggianti; non accade nel caso della Brexit, che per gli italiani prima ancora che un evento economicamente traumatico significa rischio di riprecipitare nel provincialismo, minaccia di un’identità, quella europea occidentale, anche dal punto di vista linguistico. 

Non è accaduto, infine, per la più scabra delle faglie aperte di fronte a noi, vale a dire la cesura tra potere e corpo sociale. Gli italiani che esprimono un parere negativo sui politici per la prima volta raggiungono l’89%; solo l’1,5% si fida delle banche, 1,6% dei partiti, il 6,6% dei sindacati.  

La disintermediazione, insieme a interessi divaricanti, hanno rotto le giunture tra élites e popolo: le istituzioni vengono meno, e con esse i punti di raccordo e di dialogo tra governanti e governati, che finiscono per delegittimarsi a vicenda. Il risultato è osservabile anzitutto nel linguaggio, ormai dirottato verso l’insulto: lo stesso corpo sociale che regge, che ce la fa, disprezza una politica che prescinde da esso, che guarda altrove, che non mira a guidarlo, ma — per dirla con Andreotti — solo ad assomigliargli. 

L’Italia che è passata attraverso la crisi economica — scavalcando anche la stessa idea di ripresa — deve ora fronteggiare una crisi più profonda, e più insidiosa: per superarla, suggerisce De Rita, ha bisogno di un momento di autocoscienza, di analisi e comprensione di se stessa — proprio quello che il rapporto Censis ambiva ad essere, sin dalla prima delle sue cinquanta edizioni. C’è davvero da sperare che possano essercene ancora, di questi momenti.

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