BOTTE A DISABILI E ANZIANI/ Contro i “cattivi” cambiamo le regole del gioco

- Marina Marinetti

Stanno venendo continuamente alla luce casi di maltrattamenti, se non vere e proprie sevizie, in case di cura e centri di assistenza. Un rimedio ci sarebbe, ma alla radice. MARINA MARINETTI

eutanasia_malato_finevitaR439
Infophoto

Strattonamenti, spintoni, calci, percosse, ingozzamenti forzati, insulti, minacce, costrizioni, violenze fisiche e psicologiche: sono immagini che fanno male quelle che sempre più spesso ci offre la cronaca. La notizia dei 14 operatori dell’Aias di Decimomannu sospesi ieri dal servizio per sei mesi per maltrattamenti è solo l’ultima di una lunga serie. Solo qualche giorno fa, il 10 febbraio, è stata arrestata la titolare della casa famiglia Villa Alba, insieme con due sue collaboratrici. Due giorni prima, l’8 febbraio, i Carabinieri di Roma e Frascati avevano arrestato dieci dipendenti di un centro di riabilitazione con sede nei Castelli Romani. Il 18 gennaio al centro di accoglienza per disabili di Licata (Agrigento), altri otto arresti. Prima ancora, il 15 dicembre, sette dipendenti di una casa di cura a Nocera Inferiore (Salerno) erano finiti ai domiciliari, così come, il 16 novembre, tre operatori di un centro diurno residenziale per disabili del novarese. L’elenco è ancora lungo: il 14 ottobre 2015 indagate le titolari di due case di cura a Palermo, il 10 luglio nove arresti a Prato tra operatori sociosanitari e infermieri in servizio in una struttura sanitaria, il 18 giugno il sequestro di una casa di riposo a Nuoro. Notizie, peraltro, che fanno il paio con quelle relative ai sempre più frequenti casi di maltrattamenti inferti da badanti, non ultimo il triste caso di Francesco Nuti, che per anni avrebbe subito botte e umiliazioni dal suo badante georgiano. Le accuse sono sempre le stesse: maltrattamento, percosse, lesioni personali, sequestro di persona, abbandono di persone incapaci, somministrazione di medicinali scaduti, omissione di referto e, a volte, anche esercizio abusivo della professione medica. Sempre, immancabilmente, ai danni di anziani o disabili, insomma persone deboli e indifese.

«In Italia si sta registrando una vera e propria escalation di violenza all’interno di case di cura e strutture sanitarie che ospitano disabili e anziani», denuncia il Codacons: «Ancora un grave caso di maltrattamenti a danno di persone deboli e indifese — afferma il presidente Carlo Rienzi — che indigna e pone seri interrogativi su come operano tali strutture e il personale che vi lavora. Il vero problema, tuttavia, è che mancano controlli e verifiche periodiche che accertino la qualità del servizio reso e il rispetto dei diritti dei pazienti. Serve incrementare la vigilanza con ispezioni continue e attente verifiche sul personale — conclude — affinché simili episodi non si ripetano più». 

In realtà le verifiche ci sono, e i controlli anche, altrimenti di queste tristi notizie non avremmo nessuna eco. Semmai, qualcosa andrebbe fatto per accelerare le procedure di sospensione dal servizio di quanti si macchino di tali nefandezze. Da quando partono le prime timide denunce alle forze dell’ordine da parte di dipendenti o di familiari di ospiti delle strutture, quindi presumibilmente dopo settimane, se non mesi, che si verificano i maltrattamenti, possono passare anche un paio di anni prima che i colpevoli vengano sospesi o arrestati. Un tempo eterno, per chi è costretto a subire violenza. 

Ma come si è arrivati a questo? Forse che ultimamente tutti i sadici si stiano ammassando sotto le spoglie di operatori sanitari e infermieri all’interno di case di riposo e strutture cosiddette “protette”? Ovviamente non è così. Né però, Rsa e case di cura si sono riempite di dolci crocerossine, per le quali il sacrificio di sé costituisce il traguardo più ambito. Tutt’altro: si tratta di un mestiere come un altro. E in tempi di penuria di posti di lavoro, non si va troppo per il sottile. Specie se per ottenere la qualifica che abilita al suo esercizio, l’ambito “pezzo di carta”, basta frequentare un corso di qualche settimana. Sulle figure di ausiliario socio-assitenziale (Asa) e del più ambito operatore socio-sanitario (Oss) c’è tutto un universo di organizzazioni pelosamente caritatevoli che campa. Reclutano persone spesso straniere, senza riferimenti, approdate nel nostro paese in cerca di una sorte migliore di quella offerta dal paese natale, che sono state costretti ad abbandonare, persone che spesso si sono dovute indebitare per affrontare il viaggio, offrono loro il miraggio di un impiego sicuro (corsi Asa e Oss chiaramente a pagamento, dai 700 fino a 2mila euro) e poi li indirizzano verso cooperative che parteciperanno alle gare d’appalto per l’affidamento in gestione dei servizi assistenziali. Gare al ribasso, chiaramente, dove il lavoro di lima sulla pecunia si traduce immancabilmente in una paga oraria ai limiti della decenza. E se non si riesce a entrare in una struttura, si finisce in mano ad altre organizzazioni che piazzano anche badanti (spesso neppure formate) a casa di anziani bisognosi, trattenendo per sé una cospicua percentuale del compenso. Una forma di caporalato che non viene mai sanzionata.

Ora, non vogliamo giustificare nessuno, per carità, vogliamo solo comprendere come possa un essere umano rendersi reo di tali atrocità ai danni dei più indifesi. Abbiamo una vaga idea di quanto possa essere frustrante avere la responsabilità di una persona non autosufficiente, di un anziano che non vuole mangiare, di un emiplegico rigido nei movimenti, di un incontinente, da cambiare (vestiti e biancheria da letto) svariate volte al giorno, di una persona che si gratta in continuazione, o che emette solo lamenti? Chiunque abbia avuto a che fare con la malattia, o la vecchiaia, un’immagine può farsela. È un lavoro che definire usurante è un eufemismo. Consuma il corpo e lo spirito. E, ricordiamolo, è un lavoro che di norma non si sceglie per vocazione, ma per disperazione. Una svendita della propria vita per cifre che, se lo stipendio medio di un Oss si dovrebbe teoricamente aggirare intorno ai 1.500 euro al mese, sotto a una cooperativa (poiché, come dicevamo, le assunzioni dirette non esistono e tutto viene gestito in regime di appalto) difficilmente superano i 6-7 euro l’ora. Una paga da fame, in caduta libera da anni per un mercato drogato dalle stesse cooperative che sfornano migliaia di operatori sanitari ogni anno. La miscela tra solitudine, frustrazione e questa nuova forma di schiavitù è esplosiva. E allora sarebbe bene, oltre a punire i colpevoli, andare alla radice del problema e cercare di cambiare le regole del gioco.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori