GIORNO DEL RICORDO/ De Gregori, Benvenuti e mio padre. Alla fine conta la pietà

- Paolo Vites

Un popolo costretto ad abbandonare le sue case. Il 10 febbraio è la Giornata del Ricordo, giorno in cui si commemorano le foibe e l’esodo istriano e giuliano-dalmata. PAOLO VITES

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Profughi in attesa di salire sul Toscana, immagine dal web

Si chiamava Francesco De Gregori e venne fucilato il 7 febbraio 1945. Gli altri partigiani della Brigata Osoppo, una formazione cattolica liberale di cui lui era il comandante, fucilati insieme a lui (tra cui anche Guido Pasolini, fratello dello scrittore Pier Paolo) lo chiamavano il “Bolla”, quei soprannomi di guerra che si usavano allora. Non era il cantautore che conosciamo tutti, l’autore di Rimmel e tante altre splendide canzoni. Era lo zio, stesso nome e stesso cognome. Un buco doloroso nella sua storia personale, per uno così a lungo legato alla sinistra, lo stesso buco che si portano dietro centinaia di migliaia di italiani, un buco che è nel cuore dell’Italia stessa, quella nata dalla resistenza, come si usa dire.

A fucilare questi combattenti contro l’occupazione nazifascista erano infatti stati altri partigiani, altri combattenti della resistenza, appartenenti in maggioranza ai Gruppi di Azione Patriottica e quindi al Partito comunista.

Le ragioni storiche di quello che si ricorda come eccidio di Porzus sono ormai note, dibattute per decenni e poi “sdgonate” ufficialmente dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel 2012, quando ammise pubblicamente tutte le responsabilità dei partigiani comunisti. E’ notizia di questi giorni poi che sarà adesso possibile avere accesso agli archivi di Stato dell’ex Unione Sovietica (che reggeva le fila di tutto quanto accadeva in quei giorni) e a quelli di Belgrado.

Dietro a tutto, una lunga disputa tra i partigiani cattolici e quelli comunisti sul passaggio degli stessi sotto il comando del IX Corpus jugoslavo. Gli italiani cioè dovevano diventare combattenti di uno Stato straniero con l’evidente scopo, a fine guerra, di far diventare quel territorio italiano di appartenenza jugoslava. De Gregori rifiutò da subito fino a quando, il 6 febbraio, un centinaio di giappini decide di eliminarli dalla contesa, massacrandoli. Secondo la corte d’assise d’appello di Firenze, che si espresse nel 1954 sul caso, si trattava di “atti compiuti in esecuzione di un medesimo disegno criminoso con il quale si tendeva a porre una parte del nostro Stato sotto la sovranità della Jugoslavia”.

Non solo questo eccidio. Il 10 febbraio è il Giorno del Ricordo, istituito per legge nel 2004, in cui si ricordano tutte le vittime italiane massacrate nelle concitate ultime fasi della seconda guerra mondiale, quando le forze comuniste jugoslave, in attesa della fine del conflitto, cercavano di conquistare più territorio possibile. Fucilati, torturati, gettati vivi nelle foibe furono migliaia di italiani che si opponevano o potevano opporsi all’occupazione jugoslava di Trieste e di parte del Friuli Venezia Giulia. Quando poi il trattato di Parigi consegnò l’Istria alla Jugoslavia, il 10 febbraio 1947, si verificò un esodo di massa così simile ai tanti che continuano ancora oggi. 

A Pola ad esempio, dove fino all’ultimo si era sperato che la città rimanesse italiana, se ne andarono 28.058 persone sui 31.700 residenti. Dalla città di Fiume se ne andarono più di 30mila persone. Si dispersero per l’Italia, moltissimi anche in altre nazioni. 

Sulle banchine del porto di Pola c’erano personaggi poi diventati famosi, come il campione del mondo di boxe Nino Benvenuti, che nel suo libro L’isola che non c’è così ha ricordato quei momenti: “Le banchine del porto di Pola erano affollate da migliaia di persone. Erano venuti da tutte le parti della Dalmazia, da Fiume, da Zara, da Spalato. Ad aspettarli c’era la motonave Toscana, un vecchio piroscafo che la Marina Militare aveva acquistato, usato, nel 1935. Era una delle poche imbarcazioni che si era salvata dalla guerra e, quindi, uno dei pochi mezzi disponibili. Ancorata lì nel porto, con la sua sagoma nera, era inquietante. Eppure per quella gente rappresentava una via di salvezza. Si vedevano i profughi arrancare sulle banchine, trascinando nel ghiaccio le loro cose. Sul molo erano poggiati tinelli, cucine, vecchie camere da letto, nell’illusione di poter portar via con sé un pezzo della propria storia. Pola sembrava una città fantasma”. 

C’era anche mio padre, su quella banchina, quel giorno. Non ha mai voluto parlare di quell’esodo. Era semplicemente uno dei tanti che arrancavano sulla banchina di Pola e si dava da fare per salire sul Toscana. Tanti anni dopo avrei trovato in una vecchia scatola che gli apparteneva, assieme ad altre cose, un ritaglio di giornale datato 1962 (curiosamente, lo stesso anno in cui nascevo io). Riportava la notizia dell’ultimo viaggio e della definitiva demolizione del Toscana. La sorella e i genitori, che invece preferirono restare vicini geograficamente alla loro terra e casa, sperando forse ingenuamente di farci presto ritorno, si diressero via terra verso il valico di Trieste. Una volta  arrivati, l’ accoglienza da parte dei connazionali italiani  fu di metterli in fila per  farsi una doccia e l’offerta di  cento lire. Mio padre andò in Sardegna, cominciando da allora una sorta di esodo personale che lo portò in mezza Italia e anche in Francia. Forse non era più riuscito a ritrovare quella casa che aveva dovuto abbandonare.

Anche Francesco De Gregori, il nipote del Bolla, non si è mai espresso pubblicamente sui fatti che portarono alla morte dello zio. Era però presente quel giorno del 2012 quando Napolitano a Porzus commemorò i fatti. In un suo disco del 1996 c’è un brano, Stelutis alpinis, che parla di un soldato morto in guerra, sepolto nei prati sulla cui tomba è cresciuta una stella alpina. Fu composto in dialetto nel 1920 da un esule friulano della Grande guerra, De Gregori ne ha fatto una versione tradotta in italiano. In quei versi pieni di pietà uno può immaginarsi il volto del Bolla: “Se un mattino tu verrai fino in cima alle montagne troverai una stella alpina che è fiorita sul mio sangue. Per segnarla c’è una croce, chi l’ha messa non lo so. Ma è lassù che dormo in pace e per sempre dormirò. Tu raccogli quella stella che sa tutto del tuo amore, sarai l’unica a vederla e a nasconderla sul cuore. Quando a sera sarai sola non piangere perché nel ricordo vedrai ancora tu e la stella insieme a me. Tu e la stella insieme a me“. Alla fine di tutte le tragedie quello che conta davvero è la pietà.

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