LUCA VARANI/ Se i gay non sono più assassini di Adinolfi e noi

- Monica Mondo

La narrazione dell’omicidio di Luca Varani sta prendendo una strana piega: il giovane è stato ucciso perché ritenuto omofobo da chi era gay e per questo odiava di più. MONICA MONDO

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Marc Prato (Foto dal web)

Vorrei dire un paio di cose sul delitto atroce di Luca Varani. Innanzitutto che scompaia presto dalle copertine di tg e giornali, almeno nei suoi aspetti più crudi ed efferati. Bisogna pur pensare ai genitori di quel ragazzo, alla sua fidanzata. L’orrore sia riservato agli inquirenti. Seconda osservazione: i genitori degli assassini non dovrebbero parlare, per rispetto della vittima, per decenza rispetto al loro totale fallimento educativo. Che se è vero che le colpe non ricadono sulle generazioni precedenti o successive, è saggio ragionare sul tipo di vita dorata che a questi scapestrati è stato permesso, da tempi lontani. 

Una settimana fa che avrebbe detto del figlio il padre di Manuel Foffo? Davvero non sapeva, e ha sempre disapprovato? Può darsi. Ma le comparsate giustificative dell’ingiustificabile in televisione non sono accettabili. La colpa è della cocaina? Di chi la taglia in modo da renderla micidiale, da trasformare uomini in mostri? Non erano ragazzini di primo pelo caduti ingenuamente in mani adunche e voraci. I voraci e violenti erano loro, che di cocaina si facevano abitualmente, loro erano i cattivi, come dimostrano altri episodi del curriculum che stanno saltando fuori. Due disgraziati, cioè letteralmente senza grazia e gratitudine per quel che avevano, due idioti egoisti e rapaci, assetati di piacere e annoiati della vita e dello stesso piacere. Due colpevoli, senza se e senza ma. 

Che siano pentiti, è una possibilità di cambiamento, che lasciamo alla loro coscienza, ma che non ci commuove, non ora, non senza la verifica del tempo e dei comportamenti giorno dopo giorno, espiando la colpa. 

E poi, altra osservazione: la storia non è stata interamente scritta. Ci sono particolari, soggetti terzi coinvolti, racconti che emergono e che tingono in modo ancora più fosco, se possibile, la tragedia consumata in un alloggio bene, che ancora odora di sangue. Aspettiamo, a giudicare, a commentare, a cercare cavilli. A sfruttare un episodio terribile di cronaca nero pece per tirar acqua al mulino delle ideologie, che macina solo aria, torbida e fetida. Mario Adinolfi posta il suo giudizio implacabile. Luca Varani ucciso perché ritenuto omofobo, perché sul suo profilo Facebook pareva irridere ai matrimoni gay ed esprimere disapprovazione per il ddl Cirinnà. Con tutta la delicatezza e la non conoscenza delle convinzioni della vittima, non ci pare poter ascrivere quel ragazzo alla schiera dei militanti del Family day, e soprattutto non pare che la ricerca affannosa tramite decine di sms degli assassini cercasse una scrematura precisa tra eterosessuali omofobi. I gay, ammesso che i due criminali lo fossero entrambi, cosa non necessaria per stordirsi di droga e vivere di sconcezze, non sono più propensi al male né più deboli nel cedervi. Sono esattamente come Adinolfi e come tutti noi, uomini, che il male ce l’hanno dentro, e da un cristiano orgogliosamente rivendicativo mi aspetto solo preghiere, citazioni di Hannah Arendt sulla banalità del male, e magari, quello sì, una riflessione sul vuoto esistenziale che generazioni di adulti hanno determinato, facilitato, protetto come estrema forma di libertà. 

Vorrei sentire la parola peccato e la parola demonio, che non si può spiegare altrimenti la tortura, e la bestialità. Non mi basta neppure il termine follia: troppo comodo, mestiere degli avvocati difensori, i folli non organizzano apericena gremiti di gente à la page, non frequentano lo star system, e comunque se tali erano nessuno pareva accorgersene e stare in guardia. Ma ugualmente nauseano i tentativi di comprendere l’orrore, lo ripetiamo, cercandone le cause scatenanti nella discriminazione, nella difficoltà a trovarsi in una indefinitività di genere. Ovvero: questo bieco omicida, Marco Prato, temeva di non essere accettato, viveva contrasti familiari, proprio in quanto gay. Vedete che può succedere a un uomo se lo si spinge ad odiare se stesso e la vita. Infatti ha cercato di togliersela, con una messinscena che ancora non è chiaro quanto fosse letale, o non piuttosto volta a lenire la pena. Nessuno impediva a Prato di frequentare locali Lgbt, di vendersi e comprare, e perfino picchiare ragazzi non consenzienti, intimidendoli con minacce e promesse di denaro. 

Di nuovo, tocca ricordare che l’uomo è libero, che nessuna condizione di vita può giustificare il male, che sempre viene scelto, perché ci sono uomini e donne tormentati e infelici che non lo scelgono, mai, e si farebbero uccidere piuttosto che uccidere. Per di più, per provare l’effetto che fa. Ma dobbiamo ripetere cose complesse, tipo che l’acqua è bagnata. Dobbiamo ripetere che  togliendo Dio dall’orizzonte dell’uomo ogni cosa è possibile, anche l’orrore. Dio, o l’amore a sé, alle persone, che anche chi non crede onora e custodisce come bene prezioso. Chi crede, sa che anche questo è un benedetto riverbero di Dio.

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