13 MARZO 2013/ Papa Francesco, la rivoluzione (cattolica) del perdono di Dio

- Francesco Braschi

“Dinanzi alla gravità del peccato, Dio risponde con la pienezza del perdono”. In questo passo della Misericordiae Vultus, la cifra dei primi tre anni di papa Bergoglio. FRANCESCO BRASCHI

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Papa Francesco (Infophoto)

“Dinanzi alla gravità del peccato, Dio risponde con la pienezza del perdono. La misericordia sarà sempre più grande di ogni peccato, e nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona” (Misericordiae Vultus, 3).

Queste parole, che si leggono nella Bolla di indizione del Giubileo della Misericordia, mi sembrano le più adatte per indicare quale sia la cifra sintetica dei primi tre anni di pontificato di Papa Francesco. Non che la stesura di bilanci e consuntivi sia un’attività che ritengo in genere particolarmente esaltante, e questo tanto meno quando si parla di un pontificato, ovvero di un oggetto che per natura sua non può essere oggetto di quegli “inventari fatti sempre senza amore” — per dirla con le parole di Claudio Chieffo — che non tengono adeguatamente conto dei tempi e dei modi di azione dello Spirito Santo, insofferente ad essere costretto nelle misure anguste di logiche giornalistiche e mediatiche; eppure vale forse la pena di fermarsi un momento, anche solo per riconoscere con gratitudine qualche traccia di questa azione dello Spirito, a partire dal fatto che non si può non ringraziare che ci sia qualcuno che instancabilmente, insistentemente, “opportune et importune” — per dirla con San Paolo — continua a ricordarci che la misericordia di Dio viene prima ed è più grande e resistente di ogni nostro peccato.

Questo annuncio non possiamo proprio darlo per scontato o per già acquisito e accettato: il vangelo della misericordia ancora deve essere pienamente accolto dai cristiani, come dimostra proprio la difficoltà di riconoscerlo quale centro pulsante e propulsore della Chiesa, sia da parte di chi ha subito temuto il rischio di una “eclissi della giustizia”, sia da parte di quanti — ingenuamente, se non improvvidamente — hanno accolto come una “novazione” (magari entusiasticamente plaudita) di papa Francesco la sua incessante proclamazione.

A noi pare, lo diciamo sommessamente, che papa Francesco, ben conscio del cammino ancora da compiere dentro e fuori la Chiesa, abbia voluto riproporre, spinto dall’urgenza dei tempi difficili che viviamo, caratterizzati dall’eclissi della ragione e della comprensione stessa di Dio e dell’uomo, il cuore dell’annuncio cristiano, come egli stesso testimonia sempre nella Misericordiae Vultus (12) quando scrive: “La Chiesa vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia. Forse per tanto tempo abbiamo dimenticato di indicare e di vivere la via della misericordia. La tentazione, da una parte, di pretendere sempre e solo la giustizia ha fatto dimenticare che questa è il primo passo, necessario e indispensabile, ma la Chiesa ha bisogno di andare oltre per raggiungere una meta più alta e più significativa. Dall’altra parte, è triste dover vedere come l’esperienza del perdono nella nostra cultura si faccia sempre più diradata. Perfino la parola stessa in alcuni momenti sembra svanire. Senza la testimonianza del perdono, tuttavia, rimane solo una vita infeconda e sterile, come se si vivesse in un deserto desolato. È giunto di nuovo per la Chiesa il tempo di farsi carico dell’annuncio gioioso del perdono. È il tempo del ritorno all’essenziale per farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli. Il perdono è una forza che risuscita a vita nuova e infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza”.

Questa offerta di un cammino di essenzialità — ed è un secondo aspetto di questi tre anni che è importante sottolineare — non pone “limiti all’amore di Dio che perdona” anche in un altro senso, non meno presente nell’azione di Francesco: la volontà di annunciare la misericordia di Dio in un modo che nello stesso tempo affermi il massimo della cattolicità e il massimo della tensione spirituale e fattuale verso quell’unità dei cristiani che ancora non ci è dato di vedere compiuta. Due fatti mi paiono emblematici: l’incontro (poi più volte ripetuto) con il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, presente per la prima volta all’inizio del ministero petrino di un Vescovo di Roma, che ha segnato l’inizio del pontificato di Francesco, e il recentissimo colloquio cubano con il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Kirill, primo nella storia tra i vescovi della prima e della terza Roma. Oltre a questi due incontri se ne contano molti altri con rappresentanti di Chiese e Comunità ecclesiali ortodosse, veteroorientali e protestanti, che continuano una felice consuetudine inaugurata da Paolo VI e che fu, poi, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. 

Tuttavia, la valenza simbolica di questi due incontri con Patriarchi a capo di “Chiese sorelle”, che Francesco ha volutamente e ripetutamente chiamato “fratelli”, ha un ruolo di particolare importanza, perché mostra chiaramente come il desiderio di una reale e già possibile collaborazione per il bene della Chiesa universale si rivolga a questioni ben concrete: il valore e significato del dialogo anche interreligioso, e la difesa dei cristiani perseguitati. In questi due ambiti possiamo notare che il cammino non si compone unicamente di gesti comuni, ma arriva fino alla condivisione delle ricchezze di pensiero e di dottrina spirituale più profonde, così da mostrare fin d’ora una sempre maggiore convergenza verso le ricchezze proprie della Chiesa indivisa, e per questo così vicina alla scaturigine evangelica dei primi albori del cristianesimo.

Vorrei documentare questa affermazione con due esempi che a me paiono del tutto perspicui e “parlanti”. Bartolomeo I, in un suo libro pubblicato in lingua italiana nel marzo del 2013, dal titolo Incontro al mistero. Comprendere il cristianesimo oggi, così scriveva a proposito del dialogo: “Spesso i cristiani di stampo conservatore e altri gruppi religiosi si mostrano offesi dalla priorità che il patriarcato ecumenico attribuisce agli incontri con le altre confessioni e le altre religioni, poiché sono convinti che non possa aversi un dialogo alla pari con gli eretici. La parola “eresia” è un ulteriore vocabolo di cui spesso nella storia del pensiero religioso e teologico si è fatto un uso errato, o di cui addirittura si è abusato. Non sto in alcun modo negando l’importanza della dottrina e della sua precisione in teologia… Può però essere utile ricordare in questa sede che la parola greca per dire ‘eresia’, (airesis), non significa in primo luogo ‘dottrina errata’, ma implica piuttosto la deliberata selezione di un singolo aspetto della verità, che viene assolutizzato in maniera fondamentalista fino a escludere ogni altra percezione del vero. Dobbiamo riconoscere umilmente che tutti noi siamo colpevoli di questo peccato: cristiani, ebrei e musulmani”.

“Sono poi convinto che fine del dialogo sia per l’appunto rivelare la fallacia e l’arroganza di un simile atteggiamento. E questa la sorta di umiltà che ci si attende da tutti i partecipanti al dialogo, compresi gli ortodossi, che ritengono di aver conservato la pienezza della verità cristiana. Il vero dialogo è un dono di Dio. Secondo Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli nel IV secolo, Dio è costantemente intento a dialogare personalmente con gli esseri umani. Dio parla continuamente: mediante i profeti e gli apostoli, i santi e i mistici, e perfino tramite la stessa creazione materiale, poiché “i cieli narrano la gloria di Dio” (Sal 19,1). Chiunque sa ascoltare le parole di Dio attraverso gli uomini e le sue parole silenziose attraverso la natura è realmente benedetto. La parola di Dio assume un senso per noi quando rispondiamo a essa nella fede. E anche le parole umane sono molto più fruttuose nel dialogo piuttosto che in un monologo”.

Non è difficile vedere anche in queste poche righe la consonanza con quanto più volte papa Francesco ha ripetuto a proposito del valore del dialogo e del fatto che una concentrazione dell’annuncio su alcuni aspetti particolarmente urgenti del patrimonio dottrinale cristiano non comporta la rinuncia alla verità dell’intero depositum fidei.

Un secondo esempio di questa consonanza riguarda il tema della misericordia, cui abbiamo fatto cenno in apertura. In questo aspetto di capitale importanza, le affermazioni della Misericordiae vultus trovano una singolare risonanza proprio nei passi dei Dottori più importanti della Chiesa della Siria: una Chiesa che da più di quindici secoli si trova a fare i conti con la persecuzione e l’oppressione, presente come una costante della sua esperienza di fede, e che nonostante questo ha generato pagine di sconcertante profondità sul tema della misericordia. Leggiamo solo qualche riga di Isacco di Ninive, vissuto nel VII secolo.

“O uomo… se desideri curare le infermità altrui, sappi che quanti sono infermi hanno bisogno di cura più che di rimprovero. Perciò, quando tu non sei di aiuto agli altri, tu infliggi a te stesso una grande infermità. Infatti, fra gli uomini, lo zelo non è considerato una varietà di sapienza, ma piuttosto un’infermità dell’anima, poiché esso è segno di un’intelligenza ristretta e di una grande ignoranza. Principio della sapienza divina è la calma, che si acquisisce per mezzo della magnanimità, e il portare le debolezze degli uomini. È detto infatti: Voi forti portate il peso degli infermi; e: Correggete il trasgressore con spirito umile. L’Apostolo annovera tra i frutti dello Spirito santo la pace e la pazienza. Come la stoppia e il fuoco non possono restare in una medesima casa, così neppure la giustizia e la misericordia in una medesima anima. Come un granello di sabbia non bilancia una gran quantità di oro, così il bisogno di giustizia di Dio non bilancia la sua compassione… Come non può essere fermata una fonte ricca di acque con un pugno di polvere, così non può essere vinta la misericordia del Creatore dal male delle creature”.

Ma l’affermazione della invincibilità della misericordia divina trova la sua affermazione più profonda e “sfidante” in questo passo, tratto dal Discorso IV,78: “Se lo zelo fosse utile alla correzione degli uomini, perché Dio Verbo avrebbe vestito un corpo per volgere con soavità e modi umili il mondo al Padre suo e si sarebbe disteso sulla croce per i peccatori e avrebbe consegnato quel corpo santo alla passione per il mondo? Ma io dico che Dio non ha fatto questo per altra ragione che quella di far conoscere al mondo la carità che ha, perché fossimo resi prigionieri della sua carità tramite quella nostra sovrabbondante carità che procede dalla percezione di ciò, così che tramite la morte del suo Figlio fosse resa possibile la grande potenza del regno dei cieli, che è la carità”.

Unicamente riconoscendo la misericordia come cifra sintetica capace di leggere, unificandola, l’intenzionalità profonda di Cristo, e rifiutando di contrapporla alla giustizia e allo zelo (termine che in Isacco ha accezione negativa), possiamo essere capaci non solo di dialogare con chiunque, ma anche di vivere senza perdere la speranza le situazioni più complesse e drammatiche. Certi che Papa Francesco ci indica profeticamente una strada che permette di avvicinare e riconoscere la ricchezza dei doni che già Cristo ha fatto alla Sua Chiesa indivisa.

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