LETTERA SUL FAMILY DAY/ Non è tempo di crociate (e di partiti politici)

“Il popolo della famiglia” è il nuovo soggetto politico post Family day lanciato da Mario Adinolfi e Gianfranco Amato. Una mossa sbagliata, spiega ELISA GRIMI nella sua lettera

06.03.2016 - Elisa Grimi
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Al Circo Massimo il 30 gennaio scorso (Infophoto)

Caro direttore,
giovedì 6 marzo 2016 è apparso sul quotidiano La Croce il grande annuncio della nascita del nuovo soggetto politico “Il popolo della famiglia” con il motto “No gender nelle scuole”. Obiettivo del partito, movimento o lista — chi vivrà vedrà — è di presentarsi alle prossime amministrative in primavera per rappresentare le istanze del Family day e rendere giustizia al tradimento dei parlamentari cattolici.

La nascita di siffatto “partito” ha suscitato molteplici obiezioni da parte del mondo politico e intellettuale. Stupisce però la presa di distanza immediata da parte di differenti orientamenti interni al mondo cattolico. “Il popolo della famiglia” pare partire già con delle divisioni interne: come non notare infatti la presa di distanza riportata da ProVita a poche ore dall’annuncio? Si legge sul sito ufficiale: “Benché i due fondatori de ‘Il Popolo della Famiglia‘ siano membri del Comitato Difendiamo i Nostri Figli, non risulta che il nuovo partito sia nato da un accordo che abbia coinvolto anche gli altri membri del Comitato”. Ora che ProVita sia una associazione Onlus che si occupa della difesa della vita e non sia un partito politico è cosa chiara a tutti i lettori, perché dunque riportare tale specifica? La presa di distanze è stata ancor più categorica da parte del direttore di Tempi, Luigi Amicone, che seppure strenuo sostenitore del Family day ha invitato addirittura a congelare il logo e poi ha incalzato esortando a mettersi a disposizione della politica in maniera “fantasiosa e plurale”. Debole la posizione di Riccardo Cascioli di La Bussola Quotidiana che afferma che “non sarebbe male se Amato e Adinolfi decidessero di sospendere questa loro iniziativa, magari riportando la loro legittima aspirazione politica all’interno di un cammino unitario con il resto del Comitato. In ogni caso, e malgrado l’iniziativa avventata, dovrà essere rafforzata l’unità del movimento delle famiglie, dando una linea chiara al Comitato che marchi la differenza dalla formula-partito senza per questo sconfessarlo” — ci si chiede se giunti a questo punto tale esortazione sia necessaria. 

Ora che il Family day ci sia stato è un fatto. Che vi siano state fiumane di persone che innanzi all’abominio in corso circa la surrogacy si siano ritenute responsabili nel difendere la famiglia quale valore sociale e denunciare la violenza in corso sulla generazione della vita e sui bambini è un fatto, che “Il popolo della famiglia” sia nato è un fatto. E dinnanzi ai fatti vi sono due possibilità: o si riporta un giudizio a partire dalla propria esperienza, o li si segue vedendo dove porterà il vento dando scapito a emozioni e sentimenti.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un bombardamento mediatico rispetto al ddl Cirinnà. E giustamente il dibattito è stato ampio perché il ddl di fatto apriva la porta a pratiche quali la maternità surrogata, e alle adozioni da parte di coppie omosessuali. La scaltra mossa renziana, appoggiata da una destra insolita, ha portato a chiudere i lavori ignorando la voce della piazza del Circo Massimo. Il Maxiemendamento non è un compromesso ma semplicemente una rivisitazione linguistica del precedente ddl che nei fatti poco varia, infatti solo pochi giorni dopo tale approvazione, si è verificato da parte del tribunale di Roma il riconoscimento dell’adozione di due bambine da parte di una coppia omosessuale attraverso la legge sulle adozioni datata 1983. Hanno fatto poi clamore posizioni quali quelle di Maurizio Lupi che addirittura è ricorso ad una personale interpretazione delle parole di Joseph Ratzinger con il fine di difendere il suo “sì” evocando la teoria del compromesso in politica come cattolico. Peccato che il motto episcopale di Ratzinger è sempre stato “Cooperatores veritatis” ed è bene richiamare qui per esteso il passo citato solo in parte dal parlamentare: “[…] la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità. Non è morale il moralismo dell’avventura, che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica” (Omelia, Joseph Ratzinger, 26 novembre 1981). Qui si intende non lo “scendere a compromessi” con la propria fede qualora non vi siano altre possibilità offerte dall’uomo, ma esattamente il contrario cioè non scendere a compromessi con la realtà terrena qualora in contraddizione con quella celeste. Non si intende pertanto il compromesso quale sorta di rimedio tra ideologie, tanto è che sarà proprio sempre Ratzinger anni più avanti ad affermare: “Per me la bontà implica anche la capacità di dire no, perché una bontà che lascia correre in tutto, non fa bene all’altro” (Intervista a Joseph Ratzinger, novembre 2001). 

Curiosa anche la posizione di Lorenza Violini, di fatto un cortocircuito a testimonianza di una solitudine politica che non offriva altre vie percorribili. Non di fronte a tutto si può cedere al compromesso. Ed è questo che, per essere onesti, si ritrova contenuto nel manifesto de “Il popolo della famiglia”, finalmente con l’esortazione  chiara a non boicottare l’identità cristiana quale radice dell’Europa. 

Ma da dove nasce “Il popolo della famiglia”? Esso trova la sua origine non solo dalla volontà dei suoi fondatori ma dal riscontro che ebbe la chiamata al Circo Massimo. Quel giorno si mosse un popolo ma non spinto dall’idea di dare voce a un partito, ma con la certezza di dare voce alla propria esperienza umana. Un’azione nobile, coraggiosa, un’azione paterna, responsabile di chi si ha generato, una voce che gridava che quella responsabilità era qualcosa non solo da promuovere ma da custodire immensamente, come un tesoro nascosto. Pertanto ora leggere che quella “famiglia” a tutti noi tanto cara è divenuta una bandiera non può che fare stridere. Viene d’un tratto strumentalizzato in un partito confessionale ciò che è più caro. 

“Il popolo della famiglia”: e uno che la famiglia non ce l’ha? E uno che è single? E uno che la famiglia non la può avere? Per scelta o per destino? E uno che la famiglia l’ha persa? E uno che si sente solo e non vive la famiglia? Che il problema ora sia solo la famiglia suscita contraddizione, soprattutto innanzi alla scena mondiale, alla disoccupazione, alla crisi economica, alla guerre e che tale famiglia sia posta su una bandiera, sia strumentalizzata, non è cosa degna di un partito di ispirazione cattolica. Diverso sarebbe stato scendere in campo con un programma articolato e ben formulato che interessi la dignità e la salvaguardia dei diritti dell’uomo, l’importanza della cultura e della formazione, la crescita delle imprese, l’aumento dell’occupazione.

E ancora il sottotitolo: “No gender nelle scuole”. E perché solo nelle scuole? E nelle Chiese? E per le strade? E sui bus? Insomma anche il sottotitolo non conquista e fa leva su una contraddizione insita nel senso comune senza offrire, così come formulata, una proposta universale.

Ma c’è un’aspetto ulteriore che è presente sia nella discesa in piazza, sia nel tentativo di rappresentanza. In entrambi i casi si tratta di una sfumatura ideologica dalla quale occorre stare ben guardinghi. Perché sentire Costanza Miriano, che nella sua difesa della famiglia è stata certamente eroica, parlare non solo di famiglia ma della “verità della vita per un cristiano” stride. Così disse sul palco a Roma: “Noi cristiani abbiamo il dovere di alzarci in piedi non con rabbia ma da risorti perché la verità di ogni uomo è Cristo, anche di chi non lo ha ancora conosciuto”. E ancora nel manifesto si legge l’invocazione alla Vergine Maria, come nei differenti comunicati di Adinolfi. 

Ora che la fede sia fatto oggetto politico, questo è una delle cose più gravi che possa darsi oggi in una società. Perché significa scalfire ciò che è di più intimo e personale in un cittadino, la propria credenza. Con che diritto? Abbiamo già sufficientemente assistito in Europa all’ergersi in proprie iniziative che miravano alla poliscon il proclama della parola “Dio”. L’estremismo è una forma politica che genera violenza, divisione e alla fine terrore.

Non è tempo di crociate ma del recupero dell’unità dei cristiani. A partire dalla cultura, dall’educazione sino certamente alla politica, ma con una strategia consona, con un metodo e con delle scelte condivise. Occorre un dialogo con la Cei, con le istituzioni, con i cittadini. Occorre un programma che abbia un orizzonte sociale, formativo ed economico che nulla escluda delle esigenze dei cittadini. Occorre insomma una intelligencija unitaria prima di un partito di qualsivoglia parte.

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