LETTERA DI MASO A MANUEL FOFFO/ Capire tutto e non essere abbracciato da nulla

- Federico Pichetto

Pietro Maso, il ragazzo che negli anni 90 uccise con i propri amici i suoi genitori, ha scritto una lettera a Manuel Foffo, l’assassino di Luca Varani. Il commento di FEDERICO PICHETTO

pietromaso_panoramaR439
Pietro Maso (Foto panorama.it)
Pubblicità

Pietro Maso, il ragazzo che negli anni 90 uccise con i propri amici i suoi genitori, scrive a Manuel Foffo, l’assassino di Luca Varani, seviziato a morte insieme ad un amico per realizzare, in modo surrogato, il desiderio oscuro di uccidere il proprio padre. Una lettera da killer a killer, un episodio da affidare alla cronaca nera se non fosse che da quelle righe, pubblicate ieri sulla stampa nazionale, emerge qualcosa di più inquietante, qualcosa che è necessario guardare in faccia perché ci riguarda. Tutti. 

Maso dimostra infatti una conoscenza di sé, delle dinamiche psicologiche che lo portarono all’omicidio, che è davvero sorprendente; la sua pretesa di applicarle alla storia di Foffo è, invece, inquietante perché rende evidente una tentazione che si annida nel cuore dell’uomo, quella di conoscere — di sapere — con lo scopo di “chiudere”, di spiegare, tutto. La conoscenza, anche quella più solida e autentica, ci può portare ad evitare la realtà, il dramma e il Mistero che noi siamo e che gli altri sono. Maso sembra sapere tutto di se stesso, sembra comprendersi con autorità e profondità, ma non pare mai essere giunto al punto in cui la conoscenza — qualunque conoscenza — diventa “sapienza”, ossia il momento in cui affiora, nuda, la domanda sul perché, sul motivo, che ci spinge ad essere quello che siamo. 

Pubblicità

Perché quello che ci troviamo addosso c’è? È semplicemente un guasto o c’è di più? Maso si è così scomposto in tanti fattori da non avere più un Io capace di pentirsi e di chiedere scusa. Mostra empatia per Foffo, ma la sua è la commiserazione di chi non è ancora riuscito a chiedersi perdono e di chi si rifugia nelle comode ragioni della psicologia o dell’antropologia per evitare di guardarsi in faccia, di stare di fronte a sé. La camera di Maso è una stanza senza specchi: guardarsi potrebbe risultare insopportabile e orribile. E questo accade perché la camera di Maso è uno spazio vuoto, un luogo privo di Qualcuno che possa perdonare, che possa rendere sopportabile lo sguardo nello specchio. 

Nel comodo salotto dell’Occidente il potere ha portato via gli specchi. E così su tutto, dal matrimonio all’educazione, dalla politica al lavoro, nessuno riesce più a guardare le cose con il riflesso di sé nel cuore. È scomparsa l’esperienza, sono rimaste solo le impressioni. Nella società degli alienati e delle regole la lettera di Pietro Maso è la testimonianza di uno che conosce bene l’arredamento della casa dove vive, ma che — a causa della paura di guardarsi — non riesce più a riconoscere accanto a sé un volto umano, un volto capace di abbracciarlo. 

Pubblicità

E questo riconoscimento è il punto decisivo per tutti. Perché senza perdono non si ricomincia. Magari si capiscono tante cose, ma non si riparte. È questa la triste condanna del nostro tempo: capire tutto, ma non potere mai, in definitiva, essere abbracciati da niente. E il vuoto regna incontrastato, divorando le parti più vere del nostro cuore, lasciando le nostre speranze in misero ostaggio ai nostri mostri.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Pubblicità

I commenti dei lettori