PEPPONE E DON CAMILLO/ Brescello sciolto per mafia? Ridateci almeno il fruttivendolo di Havel

- Maurizio Vitali

Il Comune di Brescello (Reggio Emilia), il “Mondo Piccolo” di Guareschi, don Camillo e Peppone, è stato sciolto dal governo per infiltrazione mafiosa. MAURIZIO VITALI

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Don Camillo e Peppone nella versione cinematografica (Foto dal web)

Noooo. Brescello no. Tutto ma non Brescello. Chiudermi per mafia il Comune del sindaco comunista Giuseppe Bottazzi e del ruvido parroco don Camillo è troppo. Questo sì che è uno choc. Invece che dal ruspante capopopolo Peppone, adesso i 5mila abitanti del guareschiano Mondo Piccolo della bassa reggiana sono guidati da un signor commissario che risponde al nome di Michele Formiglio. Avrà le sue gatte da pelare, tutti ci auguriamo che riesca a mettere a posto le cose, ma ormai la frittata è fatta: nel Municipio che come nei film di Duvalier sta davvero di fronte alla Chiesa del Crocifisso parlante, dove il Brusco, lo Smilzo e gli altri compagni erano disinteressatamente a disposizione del capo, sono penetrati interessi e condizionamenti della criminalità organizzata.

Cosa dobbiamo dire? Che non ci sono più i Comuni di una volta? In qualche modo è vero. Non ci sono più i Comuni di una volta. O meglio: non è questione di istituzioni, ma di uomini. Peppone e don Camillo erano perennemente in lotta, senza troppi complimenti, a causa delle opposte appartenenze, ma sempre complici nella difesa di ciò che è umanamente giusto e irrinunciabile, o che è dettato dal puro buon senso per il bene comune. Entrambi appartenevano a un piccolo povero popolo e volevano il suo bene. Sempre disposti a mettersi in gioco e sacrificarsi all’occorrenza. Anche a perdonarsi. Io vi dico che un nemico esterno, per esempio la ‘ndrangheta, non avrebbe messo piede nella Brescello di quei due. Avrebbero aizzato i loro fedeli contro i malfattori, e loro sarebbero stati pronti a tirar fuori da un cassetto della sacrestia il fucile a ripetizione o dal mucchio di fascine nella fattoria del Tasca il carro armato fregato agli americani,  oliato e coccolato per anni come un vitellino.

Intendiamoci. Dal 1991 a oggi sono stati sciolti per mafia 258 Comuni su 8mila e rotti, grosso modo il 3%. Brescello non è mica il primo caso. Ma, diciamo la verità, la cosa non ci ha fatto né caldo né freddo. Ben 249 di questi Comuni, cioè quasi tutti, sono al Sud, la stragrande maggioranza in Campania, Calabria e Sicilia: classico; più nove in Puglia e uno in Basilicata. Due Comuni commissariati in Lazio; sette in tutto al Nord: tre in Piemonte, due in Liguria, uno in Lombardia. Poco roba; e tutto sommato non così imprevedibile. E da ultimo uno dell’Emilia Romagna. Mancava sino a ieri dall’elenco dei reprobi la roccaforte incontaminata del buongoverno e della moralità comunista (e post) in Italia, con la sua capitale Bologna dei mitici Dozza, Fanti e compagnia. Vabbè, poi c’è stata anche la società che il cardinale Giacomo Biffi ha definito “sazia e disperata”, risultato di un processo che Pasolini avrebbe chiamato di mutazione antropologica. Dove il soldo soppianta l’ideale, la malavita si fa spazio. Se l’è fatto anche nel Mondo Piccolo.

Questo Mondo Piccolo dagli anni Ottanta a oggi ha avuto tre sindaci, di cui due padre e figlio, avvocati titolari dello stesso studio legale: lo studio Coffrini. L’avvocato Ermes Coffrini ha retto Brescello per 19 anni; prima e dopo la caduta del muro; quindi è stato sindaco Pci, Pds, Ds, Lista civica con appoggio di Ds… Cadono i muri, non i Coffrini sindaco. Dopo un decennio di Giuseppe Vezzani (lista civica di sinistra sostenuta dai Ds, poi Pd), i Coffrini riprendono la guida di Brescello, nel 2014, con il figlio di Ermes, Marcello (lista civica di centro sinistra).

Più o meno nello stesso trentennio si insediano a Brescello uomini della ‘ndrangheta, i cutresi, dal nome del Comune (Cutro) di provenienza. Ben presto prende il bastone del comando Nicolino Grande Aracri dopo una sanguinosa guerra per bande, e dopo il suo arresto il fratello Francesco. La cosca fa i suoi affari, a quanto pare, secondo i pm che hanno fatto fare indagini durate cinque anni, hanno imposto assunzioni negli enti pubblici e manovrato grandi appalti.

Il sindaco Marcello, a settembre 2014, definì Francesco Grande Aracri, condannato per ‘ndrangheta, uno “educato”, “molto composto”. “Parlando con Francesco uno ha la sensazione di tutto meno che sia quello che dicono che è”. Inizialmente la direzione provinciale del Partito democratico non ne chiese le dimissioni. Non ci sono più i partiti comunisti di una volta. Dimissioni che poi Coffrini ha dato a fine gennaio 2016, dopo che il caso di quella intervista era stato riportato alla ribalta da Beppe Grillo. Dal canto suo il babbo rappresentò in un esposto al Tar contro la pubblica amministrazione proprio il Grande Aracri.

E adesso? Il Pd reggiano fa buon viso a cattiva sorte; Lega e 5 Stelle esultano per la legalità vittoriosa e se ne attribuiscono il merito. Commissariare è giusto. Ma non vedo di cosa esultare. Io dico: aridatece don Camillo e Peppone. Come dite? Che non è possibile? Che si è perso lo stampo? Ecco, proprio questo è il guaio. Se non potete aridarci Camillo e Peppone, aridatece almeno il verduraio di Havel, quello che tolse dalle cassette di ortaggi esposte il cartello “proletari di tutto il mondo unitevi”, seguendo l’umana spinta verso la vita nella verità contro la vita nella menzogna.

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