NUOVE POVERTA’/ Contro lo “scarto”: etica, relazione, sussidiarietà

- La Redazione

La rottura dei legami sociali crea casi di emarginazione estrema. Ma le vittime del profitto ci interrogano, provocando in noi un “terremoto” che chiede di cambiare. ALESSANDRO LO IACONO

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Camminando per le strade di Palermo, soprattutto quelle centrali nelle ore notturne, è possibile incontrare un’altra umanità, quella dei solitamente detti “barboni”. Questi, chiamati tecnicamente “persone senza dimora”, sembrano uscire allo scoperto la sera, quando la folla si ritira in casa lasciando per strada ciò che è invisibile rifiuto. È strano a vedersi ed è ancora più strano vedere da vicino come queste persone vivano nel degrado, con i panni sporchi e maleodoranti, aggrappate spesso come naturale estensione del loro corpo alle bottiglie di alcol. 

L’idea generale borghese che si ha dei senza dimora è che loro abbiano scelto di perseguire questo genere di vita per un vago e romantico desiderio di libertà e che pertanto ogni responsabilità è attribuibile alla persona stessa. Di fronte all’assurdità di tale vita, però, nascono dolenti interrogativi per cui cercare di comprendere la storia di questa gente diventa un’esigenza pressante del cuore. Esigenza che si acuisce quando si scopre che prima di finire per strada la persona senza dimora era una persona comune, uno di noi.

Dagli studiosi del fenomeno, queste persone sono definite per “difetto” in quanto si trovano nella condizione di essere senza casa e quindi senza un luogo privilegiato di sviluppo delle relazioni affettive, dei legami, degli interessi personali, tutte dimensioni che sviluppano e rafforzano l’identità di una persona. Secondo la letteratura dedicata, la strada è solo l’ultima tappa di un processo che innescatosi per diversi eventi traumatici singoli o accumulati nel tempo, come la perdita di un lavoro o la fine di una relazione affettiva vitale, ha dato inizio a ciò che si potrebbe considerare una “carriera di povertà”. Tra gli studiosi il sociologo R. Castel pone l’accento sulla rottura del legame sociale, assicurato dal lavoro e dall’appartenenza ad una comunità. Il lavoro, del resto, risulta elemento di integrazione, non solo come attività che assicura un reddito ma anche come fonte di identità e di appartenenza sociale. 

Oggi tale rottura è spesso provocata da un sistema socioeconomico che, pur di trarre profitto, sacrifica ingenti quantità di lavoratori. Il sociologo Zygmunt Bauman, così, parla di “scarto” di tutti coloro che non riescono a stare al passo dei profondi cambiamenti socio-economici della società moderna. Bauman, inoltre, scrive anche di “pianeta saturo” nel quale chi perde il lavoro sembra essere destinato a non avere un futuro senza occupazione perché si trova ad essere in “esubero” e pertanto un “senza dimora sociale”, privato non solo del lavoro, dei progetti, della fiducia di avere una vita dignitosa ma anche dell’autostima nel sentirsi socialmente utile.

Di fronte a questa tendenza, quindi, è naturale pensare che qualcosa deve cambiare, un’alternativa si deve trovare. Quale? Ultimamente, tra gli economisti è nata l’esigenza di riscoprire l’etica e la relazione umana come unguento medicinale e alternativo alle derive fallimentari ed egoistiche del mondo di oggi. 

In tal senso economisti come il Nobel Amartya Sen e Stefano Zamagni sono in prima linea. Sen sostiene come sia necessario riscoprire il valore dell’etica intesa come scelta del “bene” in favore del benessere della singola persona e della collettività. Zamagni, parallelamente, sostiene la necessità di riscoprire il concetto di “reciprocità”, che traduce in pratica il principio della fraternità in un’economia di mercato, e quello di “bene relazionale”, cioè quei valori propri delle relazioni umane come l’amicizia e la fiducia. 

Questi concetti, ai quali si aggiunge quello della “sussidiarietà orizzontale”, cioè l’interesse e l’azione responsabile di tutti, sono riproposti come caratteristica fondamentale ed imprescindibile di un nuovo welfare civile alternativo che sia volto al bene comune. In un sistema economico così organizzato la promozione umana e la coesione sociale verrebbero promossi e difesi. Nella relazione infatti l’individuo matura la consapevolezza che la vera ricchezza è stare coesi e che il vero dramma sarebbe quello di perdere un compagno di strada proprio “per strada”. 

A tal proposito, don Tonino Bello in Alla finestra la speranza, commentando la frase del profeta Isaia “Opus Justitiae Pax”, la pace è frutto della giustizia, diceva che la vera pace è “insonnia perché la gente stia bene. È condividere con il fratello gioie e dolori progetti e speranze”. Pertanto essa non è solo il frutto della equa distribuzione delle ricchezze tra le varie parti del mondo, ma la condivisione di esse, lo scambio reciproco e la relazione. 

La partita più importante, quindi, si gioca nel cuore dell’uomo. Infatti ogni costruzione sociale non è nient’altro che il riflesso di come l’uomo organizza e concepisce la vita e di quali priorità persegue. Perseguire questo progetto sarebbe più di una rivoluzione sociale e culturale perché comporterebbe prima di tutto una rivoluzione del e nel cuore. Insomma, una rivoluzione umana.

Alessandro Lo Iacono 

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