CIRO ESPOSITO/ 26 anni a De Santis, il perdono di una mamma è più grande della legge

- Maurizio Vitali

26 anni di carcere, questa la condanna della Corte d’assise di Roma a Daniele De Santis, l’ultrà giallorosso che due anni fa ferì con un colpo di pistola Ciro Esposito. MAURIZIO VITALI

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Ancora un fiore, di quelli che nascono dal letame. Il fiore è la parola perdono pronunciata da una madre nei confronti dell’assassino di suo figlio. Cosicché, sulle labbra di una donna che perdona, è divenuto un fiore anche la parola giustizia, tanto spesso usata per invocare vendetta e illudersi di pareggiare i conti: con chi ci ha offeso, con il nemico, con i politici e con tutto il porco mondo. Lei è Antonella Leardi; il figlio è Ciro Esposito, neanche trentenne tifoso del Napoli colpito il 3 maggio del 2014 dalle pistolettate di un ultrà della Roma e morto dopo 53 giorni di agonia. L’ultrà è il cinquantenne Daniele De Santis, detto Gastone, da almeno una decina d’anni noto alle forze dell’ordine per via del suo imperversare negli episodi di assurda violenza calcistica, senza peraltro subire conseguenze penali. Tanto più assurda, l’ultima e la più disgraziata di Gastone, perché combinata senza nemmeno che ci fosse di mezzo un errore arbitrale ai danni della “Magica”, o qualcosa del genere. C’era di mezzo solo un pullman, carico di tifosi partenopei, che transitava da Via Tor di Quinto diretto allo stadio per la finale di Coppa Italia tra il Napoli e la Fiorentina. Non che di qui ci fossero i teppisti e di là le verginelle: chi ha memoria ricorderà che l’ok alla ripresa della partita, interrotta per le notizie sul tifoso ferito gravemente, fu dato dal prefetto, non dall’arbitro, non dai presidenti, non dai capitani, ma da Jenny a’ carogna.

“Devi marcire per quello che hai fatto”, ha ringhiato qualcuno nell’aula del tribunale quando è stata letta la sentenza. “Ci voleva l’ergastolo”. “La pena inflitta è congrua e giusta, per De Santis non provo odio perché l’ho perdonato”, è stato invece il commento  della madre di Ciro. “Qualsiasi pena — ha aggiunto — sia di monito per tutti gli altri, perché non accadano più questi delitti assurdi. Il mio ragazzo non doveva morire eppure Ciro è morto per odio”.

Due mondi diversissimi, due posizioni umane, nella stessa aula. 

Antonella Leardi fa venire in mente altre testimonianze di questa mitezza che è più forte di ogni legge del taglione. Fa venire in mente, per esempio, Claudia Francardi, 45 anni, vedova del carabiniere ucciso vicino al rave party di Sorano il 25 aprile 2011, l’appuntato scelto Antonio Santarelli. Il dolore e la fede l’hanno fatta diventare amica della mamma del ragazzo che l’ha ucciso, Matteo Gorelli, 22 anni, condannato a venti anni per l’omicidio. “Se il carcere è vendetta, non c’è giustizia; Io perdono l’assassino di mio marito”.

Viene in mente anche Gemma Capra, la vedova del commissario Luigi Calabresi, ucciso a Milano negli anni di piombo. Davanti a una platea di cinquecento genitori di una scuola privata cattolica romagnola sul tema “Che cosa lasciamo ai nostri figli?”, parlò di Cristo, di dolore che non diventa odio e vendetta, parlò di Cristo e della gioia. E come non ricordare Margherita Coletta, moglie del carabiniere morto nella strage di Nasiriya? 

E’ difficile spiegarsi come accada che di fronte al dolore e all’ingiustizia subita, in un’aula di giustizia, fiorisca la parola “perdono”, ma occorre riconoscere che accade, innanzitutto, e starci di fronte. Rendersi conto che nelle esigenze profonde dell’umano c’è un desiderio infinito di bene che nessuna risposta costruita non dico con la legge del taglione, ma nemmeno con quella della bilancia riesce a soddisfare pienamente.

C’è solo da augurarsi che simili testimonianze abbiano più spazio, molto più spazio, nei media e nelle nostre zucche da gossip, di tutto il lungo insistito e francamente ignobile e inutile sfrucugliare sui delitti, sui dettagli, le ipotesi, le voci e le controvoci, che intrigano la curiosità e la occupano come un giallo, e non ci fanno vedere altro. Non ci fanno vedere, per esempio, che in quell’esigenza originaria che arriva fino a pronunciare la parola perdono c’è il grido a qualcosa che possa cambiare davvero il cuore dell’uomo.

Non c’è giustizia senza un “oltre”, e quindi senza una certa mortificazione della sete di pareggiare i conti, a livello personale come a livello sociale e politico. Tenetevi la legge del  taglione o il giustizialismo, come preferite. Attenti però, vi inoltrate sempre più in un territorio che sulle mappe si designa così: hic sunt leones.

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