NDRANGHETA/ La Cassazione la “scopre” oggi: ora a chi tocca?

- Mauro Leonardi

Sabato, per la prima volta, la Cassazione ha ufficialmente ratificato l’esistenza della ‘ndrangheta. Sembra una notizia da poco, invece è molto importante. Il commento di MAURO LEONARDI

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Immagine di archivio

Sabato, per la prima volta, la Cassazione ha ufficialmente ratificato l’esistenza della ‘ndrangheta. Sembra una notizia da poco ma scoprire che, anche ufficialmente, la mafia calabrese esiste è molto importante. C’è sempre una prima volta in ogni vita, così come in ogni famiglia e in ogni comunità. Che uno stato sia una patria comune, cioè una famiglia fatta di famiglie, non è una metafora perché è realtà. Siamo fatti di legami, di relazioni. Siamo fatti così perché siamo uomini. Se la patria è una famiglia — e lo è — da oggi possiamo dire quindi che la nostra famiglia “più grande” fa un passo in avanti importante: poiché è verità, è un passo importante per poter vivere quei legami sociali che sono il tessuto civile in cui le nostre vite sono radicate. Quelle vite che si svolgono nel quotidiano lavoro, nella quotidiana scuola, nella quotidiana politica, e così via. Per la prima volta, da sabato, la ‘ndrangheta è stata riconosciuta come presente e viva in Calabria e non solo.

Averla dichiarata viva segna l’inizio della sua morte. Infatti, non tutto il male fa rumore, non tutto il male, si vede. I tumori sono così temibili perché non fanno rumore, sono tremendi finché non fanno male. Spesso però se si vede, si può vincere: penso ad esempio ad un tumore terribile, al melanoma. Il suo punto debole è che sia visibile. Si sa che la miglior cura dei tumori è la prevenzione. La prevenzione salva. Cioè vedere e dare un nome, salva.

Il cancro della ‘ndrangheta uccide la nostra vita perché non aveva neanche un nome che lo definiva. Era lì, potente, e oltretutto invisibile. Potente perché silenzioso.

Se non dai un nome alle cose, non le vedi e non le senti. E quando le vedi e le senti è tardi. Dobbiamo prendere le misure delle nostre vite. Dare nome a quello che abbiamo dentro e attorno a noi.

Penso al figlio che ci dice che beve e dice che era solo una festa e ha “mischiato” solamente. Se succede tutti i sabati sera non è una festa, è un alcolizzato. Duro dirselo ma è da sempre che si costruisce solo sul duro. Sulla roccia. Sulla sabbia, la sabbia che copre tutto e tutto ingoia, non si costruisce nulla. Penso ai coming out dei giovani colpiti da dipendenze. Spesso i genitori “sanno” ma non hanno un nome per dire e quindi per vivere, per condividere, per affrontare, per capire, per conoscersi, per amare.

Tutto ciò a cui non diamo un nome, verrà assorbito, si infiltrerà dentro di noi come un veleno. In guerra il nemico più temibile è quello invisibile. Se ne sta acquattato nella boscaglia. In battaglia l’arma più potente è la trappola. La buca con una bomba dentro coperta tra le foglie tradisce il marines più equipaggiato.

Se sappiamo chi siamo e cosa abbiamo nello zaino la nostra vita non sarà una passeggiata — nessuna vita è una passeggiata — ma sapremo che passo tenere, non vagabonderemo. Se so chi ho davanti, so come comportarmi.

Non è difficile, eppure siamo arrivati al 2016 per dire in Cassazione che la ‘ndrangheta esiste. Bene. Può morire solo ciò che esiste. Ora che è nata possiamo farla morire.

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