La Brexit e quel “bene” che ci sfugge

- Luca Doninelli

Si stanno facendo i conti con il dopo-Brexit. La Storia ci parla, oggi, del fallimento di un grande progetto. Ma tutto questo potrebbe non essere soltanto un male. LUCA DONINELLI

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Impero persiano: Angela Merkel e J.-C. Junker (Infophoto)
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In poche ore io, come credo tutti in Europa, ho letto decine e decine di articoli, delle tendenze più diverse, a commento della Brexit. I più, com’è ovvio in queste situazioni, oltre ad abbozzare un commento politico hanno cercato di immaginare anche quelle che potrebbero essere le conseguenze dello strappo britannico.
C’è chi, temo a ragione, ha paventato (dandola come molto probabile) un processo di disgregazione inarrestabile, di cui la Brexit costituisce solo l’inizio. Altri, più ottimisti, pensano che questa uscita porterà dei vantaggi all’Italia in seno all’Ue.
Sempre, s’intende, che l’Ue continui a esistere. Già in Francia e in Olanda cominciano a soffiare venti di secessione, tra un anno la Scozia uscirà dall’UK e si riaggregherà all’Europa, insomma c’è chi se ne va e chi vuole entrare, ma a costo di altre divisioni.
Lo scenario previsto dai pessimisti è il più facile da immaginare, e la ragione è che l’analisi pessimista è della stessa natura del pessimismo che ha condotto alla Brexit. E ha ragione Giulio Sapelli quando dice che ora più che mai è necessario tener duro, salvare l’Ue quantomeno per non lasciare la Germania da sola. La Storia c’insegna infatti cosa fa la Germania di solito quando viene lasciata sola.
La Storia, appunto. La Storia ci parla, oggi, del fallimento di un grande progetto, a livello non solo europeo ma mondiale: il progetto di una coesistenza pacifica fondata su valori kantiani come il civismo, la legalità, il rispetto della libertà altrui, la political correctness. Un ordine mondiale buono, un mondo senza guerre, dove l’affermarsi del sentimento di appartenenza a un unico corpo civile potesse contribuire ad appianare i conflitti sociali.
Ma la globalizzazione, l’affermarsi del capitalismo selvaggio, ha prodotto troppe sacche di ingiustizia, di disuguaglianza. La crisi del 2008, prodotta da quello che doveva essere uno dei collanti del nuovo ordine mondiale, vale a dire la finanza, non ha soltanto impoverito molti paesi, non ha solo abbassato sotto la soglia della povertà una grossa fetta della vecchia middle class, non ha solo esasperato la già forte pressione fiscale, ma ha persuaso molti che la radice del male stesse proprio in coloro che ci avevano promesso di debellarlo.
Così il progetto è fallito. Le ondate di migrazione, l’incontro ravvicinato con masse poverissime e abituate a un altro modo di vivere, in evidente difficoltà di fronte a un mondo ricco e cinico (che si tiene stretta la ricchezza ma ti regala il cinismo a piene mani), ha rattrappito i sogni, macchiato il grande progetto.
Eppure tutto questo potrebbe non essere soltanto un male. Il grande progetto di creare un mondo in cui la pace potesse essere garantita aveva all’origine un tarlo: al centro di questo mondo non ci sarebbe stata la persona umana ma il sistema come tale (leggi, regole, normative, burocrazia ecc.). La garanzia del contratto sociale era affidata non alle persone — come dovrebbe — ma al sistema come tale.

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Colpisce come la scontentezza prodotta, in Europa come in America, da questo sogno assuma la forma del particolarismo, spesso di impronta totalitaria o fortemente isolazionista. Dalla Le Pen a Trump, dai rigurgiti nazisti in Olanda a quelli ungheresi. Augusto Del Noce parlava di “eterogenesi dei fini”: perché infatti la ribellione assume la forma del sogno totalitario?, perché totalitario è l’ambiente in cui è nata.
Così è stata pensata l’Europa (e non solo): come un totalitarismo delle regole e della burocrazia. E così non dovrà più essere. La Brexit potrebbe insegnarci questo. Potrebbe insegnarci che il patto sociale non può essere mai dato per scontato, che la forza delle tradizioni, il valore della moneta, la capacità di integrazione con altre culture e il senso della convivenza e della Casa Comune si sviluppano non intorno a un sistema più o meno perfetto (Eliot) ma intorno alla persona singola, alla sua irriducibilità a qualunque discorso o progetto. Qui sta la sola vera radice storica dell’Europa.
L’Europa è stata finora una specie di impero persiano, con tanto di dervisci. E come sempre la ribellione ha assunto la forma tribale: dall’identità padana all’autodifesa della provincia inglese. Solo un cammino (sicuramente drammatico) capace di ricondurre la persona umana al centro di tutti i discorsi potrà scongiurare quella disgregazione che appare come l’esito più scontato della Brexit.
Ma proprio perché è scontato (ossia non scelto) si può anche scongiurare. Occorre scegliere. E a scegliere sono le persone, non gli organismi.

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