IMMIGRATO UCCISO DA CARABINIERE/ Il vero dramma di chi non ha pietà della vita altrui

- Laura Cioni

Tragedia nella tendopoli di Rosarno (RC): i carabinieri, intervenuti a sedare una rissa tra immigrati, vengono attaccati. Un militare spara e muore Sekine Triore, 26. LAURA CIONI

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La tendopoli di san Ferdinando vicino a Rosarno (Foto dal web)

Da un po’ di tempo in qua, meglio venire a sapere i fatti attraverso gli scarni comunicati d’agenzia, piuttosto che da televisioni e giornali, che ne ingigantiscono i contorni in modo sempre più intollerabile. Come se, fatta l’abitudine, purtroppo, alla violenza, fosse necessario infiocchettarla in modo da far salire il livello dell’emozione. Strada pericolosa e anche cattiva: l’emozione non porta da nessuna parte, è una nebbia che presto si dissolve, un polverone che avvilisce lo spazio dato al giudizio degli inquirenti, ai quali solo spetta fare chiarezza, una volta acquisiti tutti i particolari a disposizione.

Ecco perciò la notizia odierna, reperibile sul sito dell’Ansa. “Un extracomunitario ha accoltellato un carabiniere che ha reagito sparandogli con la pistola di ordinanza ed uccidendolo. E’ successo nella tendopoli di San Ferdinando, che nel periodo invernale ospita migliaia di extracomunitari impegnati nella raccolta delle arance nella piana di Gioia Tauro. Il militare è intervenuto insieme ad un collega per sedare una lite tra due extracomunitari. Uno ha estratto un coltello e lo ha ferito ed il militare ha reagito. Sul posto è intervenuto il procuratore della Repubblica di Palmi Ottavio Sferlazza ed i vertici del Comando provinciale dei carabinieri di Reggio Calabria. Secondo una prima ricostruzione, sembra che i due extracomunitari stessero litigando perché uno aveva cercato di derubare l’altro. Quando i carabinieri sono intervenuti per cercare di riportare la calma, uno dei due extracomunitari ha dato in escandescenze tirando fuori un coltello e aggredendo il militare, che è rimasto ferito e poi ha sparato un colpo che ha ucciso l’uomo”.  

La vittima si chiama Sekine Triore, viene dal Mali e ha 26 anni. Un giovane africano sfruttato sul lavoro e alloggiato in una tenda. Una vita dura, al limite della dignità umana: si può immaginare — anche se non giustificare — che la frustrazione diventi violenza, accesa da una piccola miccia e dalla paura della sanzione. L’altro uomo, l’uccisore, ha compiuto il dovere proprio delle forze dell’ordine. Ferito, ha sparato per legittima difesa. Tutto qui, per ora. A chi ha il compito di indagare, ogni ulteriore parola.

Ma purtroppo tanti sono coloro che non perdono l’occasione di dire la loro, come mostrano i commenti al testo della notizia che ho riportato. Tanti, troppi, che sfogano il loro punto di vista senza pudore, coperti dall’anonimato, con un turpiloquio da fare invidia al linguaggio delle caserme. E al di là delle espressioni volgari, ciò che fa vergognare è il pensiero che vi si riflette. Perché di un pensiero si tratta sempre, anche quando è rozzo, ed è contro l’uomo, contro la sacralità della sua vita miserevole e soprattutto della sua morte, in qualsiasi modo essa avvenga. Nessuno ha il diritto di violare la morte, a meno che vogliamo tutti ritornare a uno stato di ferinità di cui purtroppo vediamo gli esempi, e non molto lontani.

Chi davanti a un computer, nella sua comoda stanza, commenta una notizia come questa e scrive frasi prive di ogni sentimento di bene, piene di rabbia contro tutto e tutti, può ben a diritto essere annoverato tra i violenti, i peggiori. Quelli che uccidono la propria integrità di uomini e di donne, di italiani e di italiane abbassandosi a sparare sugli altri la loro pretesa falsa moralità. Questi sì che è difficile comprenderli: vivono forse in prima linea, a fianco della violenza che ogni momento può accendersi? Raccolgono arance per tutto il giorno, guadagnando due lire per tornare la sera, soli, sotto la loro tenda? Così poveri da preferire questo al rimanere nel loro paese?

Se almeno l’indignazione nei confronti di questi signori potesse farne tacere solo uno, forse non si sarebbe scritto invano intorno a un fatto che, ancora una volta, obbliga a riflettere sulla giustizia in questo sconsolato paese.

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