ATTENTATO A NIZZA/ Mohamed Bouhlel, il cuore arrabbiato (e solo) di Erode

- Federico Pichetto

Il ritratto di Mohamed Lahouaiej Bouhlel, l’attentatore che giovedì sera ha fatto ripiombare la Francia e l’Europa nel terrore, ha qualcosa che non torna. FEDERICO PICHETTO

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Mohamed Lahouaiej Bouhlel, l'attentatore di Nizza (Foto dal web)

Il ritratto di Mohamed Lahouaiej Bouhlel, l’attentatore che giovedì sera ha fatto ripiombare la Francia e l’Europa nel terrore, ha qualcosa che non torna. Le due narrazioni che si confrontano sul terrorismo sono ormai note: c’è il partito per cui “l’Islam con questi violenti non c’entra” e quello della “paura dell’Occidente a chiamare le cose per quello che sono, ossia fondamentalismo islamico insito nella religione fondata da Maometto”. Il punto è che, a guardar bene, qui entrambi gli schemi non reggono. Una tardiva rivendicazione dal califfato per l’attentato e un terrorista che — filtra dai media — non risultava essere né molto religioso né mai segnalato ai servizi segreti come i suoi tristi predecessori di Bruxelles e di Parigi. Gli uomini si nutrono di storie e tendono ad usare ogni storia per riconfermare la loro narrazione, ma questa volta il quadro sembra molto più articolato.
Mohamed Lahouaiej Bouhlel era un millennial franco-tunisino, un mio coetaneo totalmente immerso nella nostra civiltà che, ad un certo punto, trova nella causa fondamentalista uno scopo, un perché, alla sua vita. La questione si fa terribilmente interessante perché ci permette di comprendere come sia possibile per un uomo di trent’anni cedere alle sirene dell’ideologia islamista, ci mostra dove sorge l’assenso della libertà di un individuo ad una tale follia. In procinto di divorziare, depresso, solo, Bouhlel ricorda più un personaggio di Woody Allen che un membro del commando del Bataclan e, in qualche modo rappresenta quella rottura col passato in cui la mia generazione è cresciuta, incapace di tessere legami affettivi “sani”, instabile, in balia di un nulla che la rende sempre più gaia e sempre più disperata.
Non amano nessuno, se non di tanto in tanto, non si sentono amati e guardano il mondo con un malcelato cinismo. Sono i figli della generazione muscolosa e intraprendente degli anni di piombo, del mito progressista della decolonizzazione multiculturale, della glastnost e — infine — della globalizzazione inevitabile. Dominati da un’assenza cercano, con le loro azioni, di esserci e di “provare un po’ di vita”, di ebbrezza del vivere, attraverso il potere, il denaro, il successo e il sesso. Ma sono soli, sono vuoti. E non sono più capaci di piangere. “Generazione Xanax” li chiamò uno studio britannico qualche anno fa: depressioni, crolli emotivi, crisi di panico raccontano della paura insita nel loro cuore e certificano il fallimento educativo della generazione che li ha preceduti.
È in questo vuoto che il male, quello atavico della sfiducia nell’Altro che la Chiesa chiama “peccato originale”, mette le sue radici e diventa terreno fertile per ogni radicalismo, per ogni assoluto finalmente ritrovato. È il paradosso del nichilismo, della “percezione del nulla”: c’è bisogno di qualcosa di forte e di grandioso per affrontarlo.

La civiltà occidentale consegna i suoi giovani nelle mani di un ideale disumano non avendo più ideali umani per vivere e da vivere. E forse non è un caso che nella festa del trionfo dei Lumi, la presa della Bastiglia, quei Lumi abbiano mostrato per l’ennesima volta la loro oscurità in una “strage degli Innocenti” che solo il cuore arrabbiato di Erode poté davvero perpetrare.
Quello che impressiona di più è che il cuore di Bouhlel cercava il “Bene” di giorno e di notte. E vedeva attorno a sé solo il baratro della solitudine. Si è venduto a un’ideologia, ad una fede, ad un Ideale perché non ha trovato nelle nostre costituzioni e nei nostri volti nessun altra cosa per cui spendersi, per cui donarsi, per cui sentirsi salvato. Quello che voglio dire è che il dibattito sull’islam è giusto, ma è riduttivo. Rischia di essere un’arma di distrazione di massa per non guardarsi allo specchio. E vedere una generazione orfana intenta a rendere orfani i nostri bimbi, il nostro mondo.
È questo che l’Occidente non vuole affrontare: il fatto di essere l’unico popolo sulla terra senza l’orgoglio di una storia, di una tradizione, da consegnare ai propri figli. Il fatto di essere diventato, ormai, la “civiltà della nebbia”. Quella stessa nebbia che pare oggi essere squarciata solo da un’insensata e assurda violenza.



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